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Tag DRAMAtico: My Top 5 Special Meaning Products

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Sono mostruosamente indietro con i Dramatag: mentre la blogosfera è al settimo, io mi accingo a fare il secondo. Arriverò mai a farli tutti io pure? Abbiate fiducia: mio padre dice sempre che “con la calma e la vaselina l’elefant el gà enculat la galina” (con la calma e la vasellina l’elefante ha inculato la gallina). Sì, provengo da una famiglia di raffinati accademici della Crusca.

Oggi parliamo di cinque prodotti makeupposi che hanno uno speciale significato per noi,  tema scelto da Nero, seconda classificata al top 5 contest di Drametta.

 

5 prodotti dai significati speciali. 

a tutte capita di avere un rossetto speciale, quello che ci ricorda un avvenimento, che secondo noi porta bene o che ci fa sentire meglio.. l’ombretto che ci fa sentire coccolate perchè ce lo ha regalato la nonna e anche se il colore fa pena schifo pietà e compassione ce lo mettiamo uguale.. il gloss del nostro primo bacio – ormai rancido e immettibile – che continua a far bella mostra di sè in mezzo a tutti gli altri e che ogni mattina salutiamo con lo sguardo.

 

 

Matita nera

 Anche se nella foto vedete la Vibrant n° 100 di Kiko – mia fidata amica da una decina d’anni, ormai – è la matita nera in generale ad occupare un posticino speciale nel mio cuore, perchè mi ricorda la mia mamma.
La mia mamma non è per nulla un’appassionata di make up, non si trucca mai se non in rarissime occasioni, quando riesco ad acciuffarla e a darle una spolverata di ombretto sugli occhi.
C’è però un cosmetico che non abbandona mai, che indossa sempre, persino quando ha un po’ di influenza, ed è la matita nera. Da piccola, per me, era prassi quotidiana andare in bagno con lei mentre si preparava per andare al lavoro, e osservarla col naso schiacciato contro lo specchio tracciarsi una riga di matita nella rima interna nell’occhio.
Per me la matita nera ha simboleggiato l’ingresso nel mondo degli adulti: non vi dico che felicità quando, il primo giorno di scuola delle superiori, mia madre mi permise di indossarla.  Paradossalmente, proprio una persona che non se ne intende per nulla di trucchi ha fatto sì che compissi il primo passo verso quel mondo.
Da allora non mi abbandona più: è in ogni trucco che faccio, e c’è sempre un mozzicone di matita in qualche borsa, pronto ad aiutarmi in caso di necessità. Mi sento “nuda” senza una riga nero sotto l’occhio, trovo che senza qualcosa che li enfatizzi gli occhi spariscano dietro ai miei fondi di bottiglia.

 

Smalti

E come potevano mancare?
Non ho ricordi precisi del momento esatto in cui è scoppiata la mia mania smaltifera, ma so esattamente chi è la colpevole: mia zia paterna.
Spesso la gente si stupisce di quanto io e lei ci assomigliamo, sia fisicamente che caratterialmente. Da piccina ero praticamente il suo ritratto, e crescendo pure il carattere e il modo di comportarmi sono diventati molto simili, nel bene ma anche nel male, visto che siamo entrambe tremendamente lunatiche e nervose.
Da lei ho ereditato diverse passioni, la storia e la lettura, ad esempio, ma anche e soprattutto il make up e gli smalti. Quando ero alle elementari aspettavo con ansia il giorno di Carnevale, perchè era l’unico momento dell’anno in cui potevo esagerare col trucco, ed era lei l’addetta al look.
Di smalti ne comprava a bizzeffe, e tutti di marche costose, ma all’epoca non me ne rendevo conto. Mi piaceva osservare tutte le sue boccette colorate, e spesso non riusciva ad indossare lo smalto che si era appena comprata perchè io glielo portavo via. Pensare che mi sono mangiata le unghie per vent’anni, e mettevo lo smalto ogni morte di papa perchè erano davvero supercorte. Lei invece aveva le unghie lunghe, ben curate, che io ammiravo e invidiavo. Solo adesso mi rendo conto di quanto lei sia stata paziente con me, perchè io non cederei mai nessun mio smalto ad una bambina piccola.
Ogni volta che stendo lo smalto, quindi, penso a lei. Soprattutto visto che mio padre, che detesta cordialmente la puzza di smalto e acetone, mi ripete sovente “Sei proprio come la zia Evi!“, in un tono talmente rassegnato che quasi mi fa pena: in sostanza, saranno cinquant’anni che brontola per le stesse cose. Prima mia zia, e adesso io.
Nella foto potete vedere il mio primissimo smalto di Kiko, numero 169. Credo di averlo acquistato in 3-4 superiore, ergo ormai 8 anni fa. Un vecchione, ancora un po’ liquido ma assolutamente grumoso e colloso, eppure ancora lo conservo gelosamente: quei glitterozzi blu mi mettono tanta allegria.

Naked 1

Questa palette è stata il mio primo prodotto serio, dopo anni di pasticci e pasticciotti vari con Essence e Kiko. La collego al mio moroso, perchè è stato lui a fare a metà con me affinché la potessi avere, dopo che ero stata quasi un’ora da Sephora in adorazione dello stand.
Ad Ale potrei associare tanti miei trucchi, tra cui il famoso Russian Red, ma ho voluto scegliere la Naked perchè sta a testimoniare che lui non ha mai considerato la passione per trucchi e smalti una cosa stupida, frivola, ma anzi, è ben contento che ci sia qualcosa che mi aiuti a farmi stare bene con me stessa.
Lo ringrazio anche per tutte le volte che gli riduco la cabina armadio ad un cesso colorato perchè faccio cadere i trucchi e lui si limita soltanto a sospirare un “Ma che cazzo“.

Matte Lipstick 111 by Kate Moss for Rimmel (LINK)

Il primo rossetto rosso che mi ha fatto sentire per la prima volta una donna adulta. Fino ad un paio di anni fa non mi ero mai sentita davvero così sicura di me stessa da osare mettere piede fuori casa con un colore così acceso sulle labbra.  All’epoca mi sarei sentita osservata, giudicata: era un periodo in cui non andavo ancora troppo d’accordo con il mio aspetto fisico e preferivo passare inosservata.
E’ stato un lungo e tortuoso percorso, fatti di alti e bassi, di lacrime amare. Se non avessi avuto Ale al mio fianco in questi 7 anni a quest’ora sarei ridotta come la vecchia gattara pazza dei Simpson. Per stare in tema del pezzo, comunque, è stato lui a scegliere questo colore: io mi sarei portata a casa volentieri un nude, un rosa al massimo. “Ma basta con ‘sti color cacca, su! Prendi questo, te lo regalo io!” e sbam: mi piazza in mano questo rossetto.
Non ero troppo convinta, sia chiaro, ma una volta arrivata a casa è scoccata la magia: mi sono guardata allo specchio e per la prima volta mi sono vista carina.  Paradossale l’effetto che può fare un rossetto, sta di fatto che il rosso è spesso una costante nei miei make up. E mi sento immensamente sexy ogni volta che lo indosso.

Ultra Glossy 810 by Kiko (LINK)

Questo rossetto è legato al giorno più importante della mia vita: la mia laurea.
Per quel giorno volevo un rossetto che fosse rosso ma non troppo, perchè non me la sarei sentita di affrontare la commissione con un colore pieno. Così ho scelto lui, un rosso abbastanza chiaro, tendente un po’ al corallo a mio avviso, con un sacco di glitterini dentro: ogni volta che lo indosso mi conferisce un alone rossastro alle labbra e una luminosità al viso sorprendente. Insomma, è stato un buon compromesso per la mia laurea che mi ha fatta sentire bella e sicura di me, senza temere di essere giudicata per il mio make up.

Guest photo!

A proposito di Top Meaning, questi sono gli unici due prodotti (oltre alla matita nera) che mia madre ha usato per il trucco del suo matrimonio, il 19 luglio 1986. L’ombretto credo sia di Deborah, o almeno la confezione è similissima, il rossetto…misteri della fede!

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Italiani all’estero

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Il mio amore per la storia è nato grazie all’Egittologia, passione inculcatami dalla mia zia paterna. Da piccola leggevo montagne di libri di Christian Jacq, non mi perdevo mezzo documentario in tv ed esultavo quando trovavo un articolo riguardante l’antico Egitto su un qualsivoglia giornale.  All’epoca sognavo di andare a studiare Egittologia ad Oxford, e di lavorare con Zahi Hawass. Già da piccola ero diversa dalle altre: le bambine di 7-8 anni sognano di diventare ballerine, cantanti, maestre o veterinarie. Io no: il mio unico desiderio era armarmi di setaccio e paletta e scavare nelle sabbie del deserto. E magari scoprire una tomba favolosa ed intatta, come quella di Tutankhamon.

E’ quasi superfluo dire quanto ardentemente desiderassi vedere l’Egitto e tutti tesori di quell’epoca straordinaria sparsi per i vari musei del globo.  Tra questi, il mitico busto di Nefertiti.
Ho avuto la fortuna di fare un viaggio a Berlino, due anni fa, e di poter visitare il Neues Museum, dove il manufatto è conservato.  Ricordo ancora quanto fossi entusiasta ed elettrizzata all’idea di vederlo. A pochi passi dalla sala, quasi piangevo: ero lì lì per realizzare uno dei miei sogni di bambina.
E finalmente eccolo, in tutta la sua bellezza, in tutti i suoi meravigliosi colori. Penso di essere rimasta almeno una decina di minuti in religioso silenzio, in contemplazione di un oggetto che per me è quasi l’equivalente della croce per i cattolici. Può sembrare un’esagerazione, è vero, ma la storia è la mia ragione di vita e musei, monumenti e quant’altro sono luoghi di pellegrinaggio. 
Ma torniamo ora a quella giornata. Me ne stavo lì imbambolata, quando da dietro mi giungono queste parole:

“mah. Jè manca un occhio, jè manca ‘n orechio, nun c’ha un cazzo, che c’ha da essere così importante? “

Credo che non serva sottolineare l’origine italiana di questi due individui. Ragazzine che vagate per il mondo, per favore, se non vi interessa la storia, non buttate 10 euro per poi fare queste figure barbine. Poi per forza per gli stranieri siamo tutti italiani cafoni mangiaspaghetti. 

"Insomma, ti mancano dei pezzi, perchè stai in un museo?"

Note scolastiche

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Oggi è venuta a trovarci una mia cugina di secondo grado, madre di due bimbi di 7 e 6 anni. Era un po' giù, a dire il vero. Motivo? Una nota presa dal figlioletto più grande. Sinceramente penso che le madri di oggi si facciano dei problemi assurdi. Non mi pare che una nota presa alle elementari sia questo gran dramma. "L'alunno chiacchiera e disturba durante le lezioni", diceva. E mia cugina che piagnucolava: "Che vergogna, il mio bambino che si prende una punizione del genere!".
Ora, non so voi, ma io alle elementari ne ho prese a decine, di quelle note. Ero una bambina molto brava a scuola, però difettavo nel silenzio. "Signora, sua figlia parlerebbe anche con i muri, se decidessimo di cambiarle di posto.", dicevano le maestre a mia mamma. Che, ad essere sinceri, non ha mai dato peso a quelle punizioni. Certo, mi sgridava, è ovvio. Ma quando sono cresciuta mi ha detto: "Eri una brava alunna, che tu parlassi durante le lezioni non m'importava. Era sintomo di vivacità e allegria.". Mi ricordo, tra l'altro, che per evitare di esser sgridata, trasformavo la nota da individuale a  "collettiva": "No, guarda mamma: l'hanno presa tutti, non solo io!". Presumo che mia madre facesse finta di crederci. 
Vi racconto un aneddoto divertente. Un giorno la maestra, esasperata, mi diede, come compito di punizione, da scrivere 100 volte "Non devo chiacchierare in classe". Ora, la sottoscritta non aveva alcuna intenzione di svolgere quella roba, così "dimenticò" il foglio sotto al banco, convinta di farla franca. Peccato che non sapessi che quella sera si sarebbero svolti i colloqui, e quindi la maestra lo consegnò direttamente a mia madre, che ancora adesso ride come una pazza ogni volta che ci ripensa. 

 

Happy Birthday to me!

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Oggi la sottoscritta compie 22 anni: Happy Birthday to Daygum!

A parte i soliti auguri (che rallegrano sempre la giornata), credo di essere una delle poche persone ad aver ricevuto gli auguri dal suo vicino di culla dell'ospedale, nato il giorno dopo di me. Ironia del destino, ci siamo ritrovati in classe insieme alle elementari (vicini di banco), compagni di scuola alle medie e ora ci sentiamo qualche volta su facebook. Ah, che giri strani compie a volte la vita!

Ultimo post dell’anno

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Un altro anno sta finendo: il tempo passa troppo in fretta, per i miei gusti. Siamo già quasi nel 2011, ma vi rendete conto?
Personalmente, ho passato un anno ricco di alti e bassi, ma il bilancio tutto sommato è positivo. Certo, ho perso diverse amicizie. Ma, osservando i fatti razionalmente, mi rendo conto di aver tratto dei vantaggi da questi addii: sono diventata più forte, ho imparato a giudicare in modo più obiettivo le persone, mi sono circondata di amici che tengono seriamente a me. Ho meno amici, questo è vero, ma io credo nel detto “meglio pochi ma buoni”.
Lunedì sera, facendo zapping, mi è capitato uno speciale sui Pooh. La mente è corsa subito all’infanzia: Piccola Katy è stata la colonna sonora della mia vita da infante, e tuttora amo profondamente questa canzone. Mi ricordo che mi piazzavo in atrio con il mio sgangherato mangianastri (oh, da quanto tempo non sentivo questa parola), mi ci sedevo davanti con una tazza di olive e ascoltavo per ore questo brano. “E’ nella sua discoteca”, rispondevano i miei quando i parenti chiedevano dove fossi finita. Sono passati più o meno vent’anni: allora ero una bimbetta bionda con i codini a “fontanella” (ah, dannati anni ’90), con le ginocchia perennemente sbucciate e vivacissima. E adesso eccomi qui: ho 21 anni, sono fidanzata e mi manca un anno alla laurea.  Il tempo vola, dannazione. La passione per la musica non è passata, anche se adesso la mia discoteca è passata dall’atrio alla mia cameretta.  Devo dire che qualche mese fa sono andata a scaricarmi le canzoni che ascoltavo da piccola: le sigle dei cartoni animati, ovviamente, ma anche brani degli anni 60-70. Mio padre ha una grande passione per de André, Nomadi, Guccini, de Gregori: insomma, tutti i cantautori di sinistra e di “contestazione”, come li chiamo io. Da giovane non si perdeva mezzo concerto, collezionava dischi ed autografi; e da bravo cultore ha trasmesso alla sottoscritta la passione per questo tipo di musica. Da piccola zampettavo per casa canticchiando “Il pescatore”, “La donna cannone”, “Utopia”, “Dio è morto”, “Fiume Sand Creek”. Ovviamente con risultati pessimi: non sono mai stata brava a cantare. E’ il mio cruccio: da due genitori intonatissimi son nata io: una campana. A proposito di mangianastri e di ricordi d’infanzia, avete visto che in edicola sono tornate le fiabe sonore della Disney? Io ne avevo a bizzeffe di quelle musicassette! Quanto le adoravo! Vi ricordate? C’era il campanellino che suonava quando era ora di voltare pagina…
Ma passiamo al presente: voi cosa farete a Capodanno? Io, francamente, ho sempre trovato noioso questo periodo dell’anno. Ma non ora: una mia cara amica è riuscita a trovare all’ultimo momento un appartamentino in montagna, e domani ce ne andremo tutti lì. Non vedo l’ora: saremo in 7, in pratica tutti i miei più cari amici più il mio fidanzato. Ci stiamo organizzando: noi ragazze nei lettoni matrimoniali, i tre maschietti per terra nei sacchi a pelo. Che ci volete fare, siamo principesse… I ragazzi cucineranno i primi e i secondi, mentre noi donnine ci dedicheremo ai dolci e alle tartine: come avrete capito, siamo totalmente incapaci di cucinare, e i cari giovincelli non vogliono rischiare di morire per avvelenamento.

 
Auguro a tutti voi un felicissimo anno nuovo, e che sia un 2011 fortunato!

Santa Lucia is coming to town!

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Bene bene, amici lettori. Oggi vi voglio parlare di una personcina importante che rende felice tanti bambini (anche troppo cresciuti, come la sottoscritta): SANTA LUCIA 
Per chi non lo sapesse, santa Lucia è l'equivalente per noi bresciani (e anche per altre zone d'Italia) del caro, vecchio Babbo Natale. A differenza del nonnino, però, porta i doni ai bambini buoni nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, viaggiando su un carretto trainato da un asinello. Ovviamente, per comunicare con lei, bisogna scriverle la famosa letterina, che lei passerà a ritirare nottetempo, e lasciare del cibo per l'asinello.
Che tenerezza. Non so voi, ma io impazzisco per queste frottole innocenti che si raccontano ai bimbi. E' bello poter credere, durante l'infanzia, in una persona magica che ti porta doni e dolcetti. E poi mi fanno tanta tenerezza i genitori, che fanno di tutto per inventarsi le scuse più plausibili da raccontare ai loro figli. Certo, la scoperta della verità su questi personaggi è un fatto traumatico ma…Se dovessi aver dei figli, racconterei loro le stesse storielle che i miei hanno raccontato a me. 
A proposito. Voglio raccontarvi cosa si inventavano i miei per farmi stare buona e tranquilla nel periodo di Santa Lucia. La mia amica Francesca ha affermato, quando gliel'ho raccontato tempo fa, che i miei avevano inventato un "business di Santa Lucia". E quasi è vero!
Non so se vi ricordate, ma qualche anno fa, durante il programma pomeridiano Bim Bum Bam, verso le cinque del pomeriggio mandavano in onda una buona mezz'ora di pubblicità di giocattoli. Ovviamente io ero la prima a stare imbambolata davanti a tali bellezze. E a scrivere letterine su letterine. Mia madre mi diceva: "Guarda che Santa Lucia ha tanti bambini da accontentare,  non puoi mica rincretinirla in questo modo". "Ma che c'entra – rispondevo io – è una santa, dunque fa miracoli." . Avevo già la lingua lunga allora. 
Nel periodo antecedente alla festività, mia mamma mi portava in un negozio di giocattoli del centro città per farsi indicare quali preferivo, e per assicurarsi che mi piacessero veramente. In effetti, nelle pubblicità sembravano tutti fantastici, ma visti dal vivo lasciavano un po' a desiderare. Al sabato mattina andavamo invece a fare la spesa tutti e tre assieme, e io vedevo un sacco di gente con i carrelli pieni di giochi. "Mamma, perché hanno dei giochi nel carrello, se fra poco passa santa Lucia?" "Perchè quelle persone sono dei tabaccai, e comprano alcuni giochi da mettere nelle loro tabaccherie.". " E come fa Santa Lucia a prendere i giochi?" "La notte lascia nelle casse del supermercato una lista dei giochi che vuole, le cassiere glieli preparano e la notte di Santa Lucia lei passa di lì a prendere i giochi e lascia i soldini.".Giuro che mi raccontavano veramente queste cose!
Nella mia mente bacata di bambina, però, c'era anche puro terrore nei confronti di Santa Lucia. E di questo devo dire grazie a mia nonna e alle storielle che mi raccontava: " Guarda che se la notte di Santa Lucia lei ti trova sveglia, lei ti lancia la cenere e diventi cieca come lei.": Infatti me ne andavo a dormire molto presto, e per sicurezza mi nascondevo sotto una ventina di coperte e strizzavo forte forte gli occhi. Un'altra cosa che mi spaventava a morte era entrare in chiesa in quel periodo. Quel cretino del mio vecchio prete metteva sull'altare una statua grandezza naturale della santa, che teneva in mano un piattino con dentro i suoi bulbi oculari tutti insanguinati. Molto probabilmente questo è uno dei tanti motivi della mia avversione nei confronti della religione….
Infine c'era mia mamma che, per farmi credere ancora di più in santa Lucia, mi faceva trovare in giro per la casa dei bigliettini con su scritto "ti stai comportando bene" oppure " Attenta, non fare tutti questi capricci!". In pratica, potevo denunciare Santa Lucia per stalking.  Ah, ovviamente i bigliettini erano scritti dalle sue colleghe: io riconoscevo la sua scrittura…
La sera del 12, nel mio paesino, una donna travestita da Santa Lucia arriva in piazza su un carretto trainato da un asinello. E tutti i bambini sono felici e contenti, anche perchè distribuisce tante caramelle. Una volta ricordo che, non avendo a disposizione l'asino, attaccarono il carretto ad una mercedes con tanto di autista.Dopo duemila anni, santa Lucia s'è modernizzata…
Dicevo, tutti i bambini erano felici e contenti, tranne la sottoscritta, per le paure di cui parlavo prima. Innanzitutto, non volevo guardarla in faccia per paura di ritrovarmi la cenere negli occhi, in secondo luogo non volevo nemmeno avvicinarmi a stringerle la mano per paura che alzasse il velo e mi mostrasse le orbite vuote ed insanguinate. Inoltre, ero convinta pure che fosse senza testa. Motivo? In pratica il velo era fermato sopra la testa da una specie di cuscinetto, ed io ero convinta che quel cuscinetto fosse il collo reciso. Non ero già del tutto normale allora…..XD
Nonostante ciò, la mattina di santa Lucia era una gioia alzarsi. Alle 6 di mattina ero già sveglia: "Paaaaapiiiiii, dici che è passata santa Lucia?" e lui, sbuffando dal letto "Booh, vai a vedere!". Poveretti, i miei mi mettevano a letto la sera prima, e stavano alzati fino a tardi per montarmi i giochi e per sistemare tutte le caramelle attorno. Ah, dimenticavo di dirvi: era mio papà che la mattina si doveva mangiare tutti i mandarini che mettevo nel piattino con la letterina per santa Lucia, per farmi credere che l'asinello aveva gradito. 
Il 13 dicembre il tavolo della mia cucina diventava una specie di banchetto per il mercato, colmo di giocattoli e di leccornie. E, ovviamente, dovevo andare a ritirare il prima possibile i regali che aveva portato per me Santa Lucia dai vari parenti. Invece, a quelli che avevano la malaugurata idea di passare a casa mia a portarmi loro stessi i regali, li intrattenevo per ore mostrando loro i giocattoli nuovi. Era un divertimento unico! Una sola cosa mi lasciava perplessa: perché Santa Lucia a casa mia mi montava i giocattoli, mentre a casa dei miei parenti no? "Perchè Santa Lucia sa che a casa degli zii e dei nonni non ci sono bambini, e che quindi sono capaci di montarseli da soli" rispondevano i miei.

Il manicomio degli insegnanti

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Questo post trae ispirazione da "Qui non si cambia musica" di Coccola5, e intende delineare la varietà di insegnati strambi che ho avuto in 15 anni di scuola. Quasi 16, a dir la verità: ormai siamo a metà dell'ultimo anno di università. Ma qui non parlerò dei docenti universitari, mi dilungherei fin troppo.

ELEMENTARI
In terza elementare avevamo il mitico maestro Daniele. Somigliava tantissimo ad Augusto Daolio (il vecchio cantante dei Nomadi), ed era fissato con il dialetto bresciano e le canzoni popolari. Peccato solo che fosse stonato come una capra. Quell'anno ebbe la malaugurata idea di farci partecipare, insieme alle altre classi, ad un festival denominato: "Le canzoni dei nostri nonni". Dico solo questo: dopo una decina di tentativi (falliti) di beccare l'attacco della canzone sulla base musicale, decise di farci cantare a cappella. Risultato? Sembravamo un branco di vecchietti ubriachi e stonati. Ovviamente l'evento fu ripreso da Teletutto (un'emittente bresciana) e messo su videocassetta. Le disgrazie non vengono mai sole. Morale della favola? Quell'anno non imparammo assolutamente nulla né di matematica né di scienze, ma in compenso acquisimmo un accento bresciano da paura, degno dei sopracitati vecchietti dell'osteria. 

MEDIE
Non poteva che arrivare il degno successore del maestro Daniele, il professor Bregoli, anche lui docente di matematica e scienze. Lui era più una specie di nonno, per noi,  che un professore. In prima media ricordo di aver avuto pochissime ore di lezione di queste materie, in quanto il più delle volte ci portava nell'orto a zappare perché, come diceva lui, "i ragazzini devono stare a contatto con la terra, e poco chiusi in un'aula polverosa". Un giorno decise di farci fare una gita in miniera a Pezzaze, un paesino in provincia di Brescia, per partecipare all'iniziativa "Minatori per caso". Ovviamente accompagnati da lui e dalla sua fida assistente, che pensò bene di venire munita di scarpe tacco 12. Per arrivare a quella miniera bisogna fare una ventina di minuti a piedi su una strada piena di ciottoli e di fango, quindi immaginatevi la scena: un branco di ragazzini che scorrazza felice per i boschi, e lei in fondo alla strada che urla inciampandosi ovunque " RAGAZZZZZZZZIIIIIIIIIIIII!!! ASPETTATEMIIIIII!". Noi ovviamente fingevamo di non sentirla: ci stava sulle scatole, e in cuor nostro speravamo che battesse una sonora craniata su un sasso e rotolasse in valle..
Poi, vediamo un po', chi c'era? Ah sì, lei. Hitler. Non mi ricordo come si chiamasse realmente, mi sovviene solo il suo soprannome, affibbiatole perché era una cagna di prima categoria. E un po' anche per il suo aspetto fisico. In primis sarà stata alta un metro e novanta, vestita sempre in nero con degli orrendi stivali a punta, con una capigliatura color biondo cacca alquanto cotonata, e dei baffetti mal tinti sotto il naso. Insegnava educazione tecnica (che materia inutile),  e ricordo che si dilettava a distruggere le squadre altrui e a sfottere le piantine delle case degli alunni. Un giorno le portai la piantina di casa mia e, dopo averci sudato sopra per una settimana per farla di suo gradimento, mi sentii dire: "Che schifo di casa che hai, non hai neppure il salotto.". In quel caso ci sarebbe stato un bell'"ENCULET" (inculati, in dialetto bresciano). 
Infine la Nuzzo. Insegnate di educazione artistica che si chiudeva nei bagni a fumarsi le sigarette/canne dopo averci appioppato il disegno da fare, per poi riemergere al termine della seconda ora alquanto incazzata.

SUPERIORI
Inizio da quello che ho odiato di più: il prof di religione, tale Marmentini. Penso sia stata una fortuna che abbia deciso di non frequentare più l'ora di religione dopo il primo anno, perchè penso che mi avrebbero sospesa, tanto mi era insopportabile quell'uomo. Ora, come voi sapete io sono atea ed anticlericale, e non sopporto i religiosi estremisti. Lui era uno di quelli. Apparteneva a non so quale gruppo cattolico, ed era una delle persone più intolleranti che io abbia mai conosciuto. Io sono del parere che un insegnante di religione debba insegnare tutti i credo presenti nel mondo, non focalizzarsi su quello cattolico e celebrarlo come il migliore e il più giusto. E sono del parere che un professore debba rispettare le idee dei propri alunni. Il primo giorno fece una rapita ispezione tra di noi, chiedendoci se andavamo a messa, cosa pensavamo del battesimo e quant'altro. Io lo trovai immediatamente antipatico, e volli mettere in chiaro fin da subito il mio pensiero: "Professore, io sono atea, non vado a messa da quando mi hanno costretta a far la cresima. E non penso che battezzerò un mio ipotetico figlio, poichè credo che ognuno debba decidere con la propria testa.". Apriti cielo. "Tu sei una cattiva ragazza, non sei degna di stare nella mia classe, poichè non sei una degna figlia del Signore.". Un giorno invece attaccò alcuni miei compagni di classe, dando loro dei satanisti in quando ascoltavano Marilyn Manson. 
E l'ultimo giorno della quinta superiore, come mi riferì il mio fidanzato (mio compagno di classe), fece l'apologia dei pedofili, dicendo: "Ragazzi, non condannateli. In fondo, potreste diventarlo pure voi.". E poi la gente si domanda perchè io abbia questo astio nei confronti della religione.
Poi c'era il mio prof di Filosofia del triennio, tale Pinsi. Simpaticissimo, per carità, e ottimo insegnante. Solo leggermente curioso: ti appariva all'improvviso alle spalle mentre stavi parlando con qualcuno chiedendoti il perchè e il per come dell'argomento trattato. Tempo fa lo andai a trovare, e la prima cosa che mi chiese fu "Come vanno le faccende amorose con il tuo fidanzato?". Pettegolo. XD
Ma i veri pazzi sono stati i miei tre insegnanti di spagnolo. Il primo – Civini – era un tontolone. Scoprimmo poi che, poveraccio, era stato abbandonato dalla moglie ed era finito in depressione. Era totalmente sotto il nostro controllo. "Ragazzi, quando facciamo la verifica?" "Il 25 aprile!" "Va bene!", e appuntava la cosa sul registro di classe, complimentandosi del fatto che nessun professore avesse fissato un compito quel giorno. Poi, passato il 25, tornava a scuola dicendo "Ma ragazzi, ieri era festa, lo sapevate?".
Poi fu la volta della Lo Turco, ottima insegnante, che minacciava di cementarci nei pilastri portanti dell'aula se non avessimo studiato. 
Infine arrivò lei, Begonia (giuro, si chiamava così), madrelingua spagnola originaria dei paesi baschi, completamente folle. Puzzava di canna, secondo me, però era simpatica, tranne quando aveva le crisi nervose e usciva dall'aula piangendo ed urlando, sbattendo i registri per i corridoi.
In prima superiore cambiammo invece 5 insegnanti d'inglese (frequentavo un liceo linguistico, vorrei sottolineare), e tra di esse c'era la professoressa Pucci/ Bucci. Una grossa balena antipatica vestita da tramezzino: pantaloni bianchi, giacca bianca, camicetta salmone e cerchietto – cintura – scarpe verdi.  "Oh, boys and girls, I have a beautiful boyfriend". Ci tartassò le palle per circa due mesi, con questo fantomatico boyfriend. Tutti a chiedersi: "Ma chi è quel disgraziato che la sopporta?" e a consolarsi "Se è accoppiata pure lei, c'è speranza per tutti.". Poi un giorno lo incontrammo, ed era la brutta copia di Woody Allen. E decretammo che era meglio star soli che mal accompagnati.  Un bel giorno, invece, il dolce cetaceo riuscì a far cadere la cattedra dalla pedana di sostegno, poichè il suo deretano non passava nell'esiguo spazio tra la cattedra e il muro retrostante. Fu una scena apocalittica: la cattedra fece un rumore assordante e lei si mise a strillare come un'oca "BOYS BOYS BOYS HELP ME HELP ME!!!", richiamando l'attenzione di noi poveri studenti annoiati. Inutile dire che noi ragazze ridemmo come cretine per il resto della giornata, alienandoci ancora di più le simpatie della suddetta. 

Taglio, Stivali e Mal di Gola.

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Ieri pomeriggio ho messo per la prima volta il naso fuori di casa, dopo aver passato 4 giorni a letto con l'influenza. Mannaggia, quest'anno è  arrivata prima. Per fortuna non mi è mai venuta la febbre in vita mia, almeno da quella sono esente. Meglio, avendo una temperatura corporea di 35 gradi, per me 37 gradi sono un febbrone da cavallo. Ma per i medici non è assolutamente nulla. Ergo, mai avuta febbre nella mia miserabile esistenza. 
In compenso mal di gola e raffreddore ritornano ogni anno più potenti che mai. Da giorni sopravvivo con la Rinazina (che sia benedetta, e che sia benedetto mio papà che mi ha iniziato all'uso alla tenera età di 8 anni) per dormire meglio la notte, e con le Golia Active Plus fregate alla nonna. Tra le mie pozioni magiche manca purtroppo il Morniflu, una bustina da sciogliere in acqua al gusto merda (veramente è all'arancia, ma fa schifo.) che, nonostante il terribile sapore, fa passare il mal di gola nel giro di un giorno o due. Ergo, sono qui con una sensualissima voce da trans, quando ce l'ho ovviamente. E tutti mi prendono allegramente per il culo, a cominciare dalla mia dolce metà.
Dicevo. Ieri sono tornata all'aria aperta. Ma non per andare in università (sia mai, sono ammalata! XD), bensì per andare dalla mia adorata parrucchiera. Adorata ma anche terrificante. Dev'essere insito nel DNA dei parrucchieri: tutti adorano i tagli strani e scalati. Quelli del "Massì, basta un po' di gel, un po' di piastra e sei a posto." . Questa frase abominevole in realtà è un preludio alla disgrazia: tu, povera ragazza, non riuscirai MAI a riprodurre quella pettinatura a casa, e sembrerai un porcospino.
La mia parrucchiera deve aver capito che sono manualmente impedita, che a me serve un taglio che vada a posto con un po' di phon e un po' di piastra per le punte. Ieri le ho detto: "Roby, fa' dei miei capelli ciò che vuoi, ma lasciameli di una lunghezza tale che io possa legarmeli e, soprattutto, non mi levare la frangia.".
Che dire..Io adoro quella donna. E adoro pure mia suocera che me l'ha fatta incontrare. Mi ha fatto uno splendido taglio anni '70, voluminoso e con un bel frangione. Lei dice che è molto simile a quello di Brigitte Bardot. In teoria la forma è quella, ma ovviamente B.B. è un'altra cosa. L'unica cosa che non farò mai è la cotonatura: ieri, per fare più volume sulla parte posteriore della testa, li ha leggermente cotonati, dicendomi che basta una spazzola tonda per renderli perfetti. Ebbene, io ho brutte esperienze alle spalle con le spazzole tonde. A sei anni io e il mio amichetto decidemmo di giocare al parrucchiere, e mi avvolse metà dei capelli alle suddette a mo' di bigodini. Inutile dire che si incastrarono talmente bene che mia madre impiegò metà giornata a liberarmi le chiome. Accompagnata da una bella dose di pianti. Quindi, non credo che le userò.
Altra nota positiva: sono riuscita a trovare un paio di stivali. Neri, di camoscio, e rasoterra. Muniti di una bella cerniera e sopratutto morbidi e larghi. Ah, che soddisfazione!
Totale spese della giornata? 100 euro. Pensavo peggio. E adesso basta spese fino a dicembre.

Aneddoto infantile numero 2

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Non so se voi abbiate mai provato il cosiddetto "odio a prima vista", come lo chiamo io. E' esattamente il contrario del colpo di fulmine: incontri una persona, e senza motivo provi un'antipatia gigantesca verso di lei. Bene, io sono così. 
Ho constatato che raramente sbaglio. Se una persona mi sta sulle scatole quando la incontro per la prima volta, e poi magari instauro un bel rapporto con la suddetta, puntualmente questa me la mette in quel posto. Cretina io che non ascolto quasi mai il mio sesto senso iniziale.
Parlavo dell'odio a prima vista. Venerdì mi è capitata fra le mani una foto di classe dell'asilo. E c'era lei. Enrica. Non credo di aver mai odiato così tanto una persona. Non ne saprei spiegare il motivo, semplicemente quella mocciosetta mi stava letteralmente sul culo. Ed io a lei. Non passava giorno in cui io e lei non ci facessimo i dispetti. Ci distruggevamo i giocattoli a vicenda, ci prendevamo in giro ferocemente. Una volta, durante una lotta, arrivai addirittura a strapparle una bella ciocca di capelli. Che soddisfazione vederla piangere. Peccato che poi mi misi a piangere io per colpa degli sculaccioni di mia nonna. 
Stamattina l'ho incontrata in giro per il paese. E ho notato che il sentimento non è cambiato. E sono passati 18 anni. Le mie zie e i miei genitori ancora mi prendono in giro per questo fatto. Come se loro non avessero delle antipatie..
Morale della favola? A volte, è l'odio ad essere eterno. O perlomeno di lunga durata. 

Venerdì di ricordi

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Venerdì pomeriggio mi sono portata a casa il mio migliore amico, e ci siamo messi a guardare vecchie fotografie e diari. Da sempre detengo l'abitudine di conservare qualsiasi cosa (scontrini, carte di caramelle, biglietti e quant'altro) e di fare foto a qualsiasi cosa o persona. E sono sempre alla ricerca di qualcuno che voglia vedere le mie cazzate. Siccome al mio moroso non gliene può fregare di nulla delle mie fotografie di quando era piccina picciò, e i miei parenti le sanno a memoria, ho agguantato Cris. Che per fortuna adora frugare nei ricordi altrui. AAh, adorato Cris. 
Come avrete capito, io sono estremamente egocentrica. Conservo tutto ciò che ha riguardato il mio passato in uno scatolone gigante, che passerà in eredità ai miei figli e ai miei nipoti. Ho preso da mia nonna: ogni due o tre mesi circa chiama al tavolo della sua cucina uno di noi nipoti e mostra le foto di quando era giovane. Le so a memoria, certo, ma adoro gli aneddoti famigliari. Le ho detto: "Nonna, lasciami in eredità gli album fotografici." Mi ha guardato e ha fatto gli scongiuri. Come biasimarla. 
Rovistando nello scatolone magico, mi sono capitati fra le mani i miei diari delle superiori. Che ho cercato di nascondere a Cris, conscia delle cazzate lì scritte. Ma mi ha fregato lui.

"Dai tesò, fammi vedere i diari delle superiori."
"Non ci penso nemmeno."
"Daiiii, non ti prendo per il culo."
"Uff, toh'!"
……
"AHAHAHAHHHAHHAHAHAHHAAHAHAH che bimbominchia che eri!"

Ecco appunto. A parte le solite frasi fatte che scrive qualsiasi ragazza sul diarietto di scuola, quello che mi fa accapponare la pelle sono i testi delle canzoni che vi ho ricopiato. Gigi d'Alessio?? Paolo Meneguzzi?? Tiziano Ferro?? Se penso che ora ascolto prevalentemente cantautori italiani e metal…
Dai diari si è passati alle foto. Paurose. Ma come andavo in giro conciata? Be', per gli anni delle medie i vestiti erano adatti. Non so voi, ma all'epoca non sapevo nemmeno cos'era la moda. Vivevo di tute, jeans, felpe e scarpe da ginnastica (sempre slacciate).  Adesso le ragazzine delle medie sembrano donne vissute. Ma godetevi un po' la giovinezza, insomma!
Tempo delle superiori: cambi di look a gogò. In prima superiore sembravo più grande di adesso: capelli cortissimi, vestiti molto classici (il che è strano per me), in pratica il prototipo della secchiona. In seconda liceo c'è stato il cambio radicale: capelli rosso fuoco, vestiti larghissimi e magliette super corte. In terza/quarta superiore è arrivato il look dark: capelli nero corvino (con striature blu, dipendeva dall'umore) e vestiti altrettanto scuri. In quinta superiore capelli castano scuro e vestiti quasi normali. In pratica una trasformista. E poi mi lamento se perdo i capelli. Per fortuna è arrivato Cris due anni fa a frenarmi e a consigliarmi sul look…
Mi sono consolata guardando alcune foto dei miei da giovani, soprattutto l'album di nozze. Non voglio sapere a chi l'hanno fatto fare, dal momento che avrei da ridire sulla scelta di alcune fotografie..Che senso ha fare una foto accanto ad un pozzo con i miei che scrutano la cima della struttura di ferro che tiene il secchio? Bah. Illuminatemi. 
Più che altro mi fanno morire dal ridere gli sguardi che scrutano l'orizzonte, palesemente falsi. O i sorrisi tirati di mio papà dopo una settantina di foto.  Comunque, se devo essere sincera, mi sposerei solo per avere un fotografo che mi segue durante tutta la giornata. E ritrovarmi un album con me protagonista. 
 

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