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Anna dai capelli rossi

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A volte un libro ti piomba tra le mani quando meno te l’aspetti.

Da tempo vivevo in totale apatia letteraria: niente mi coinvolgeva, nulla mi ispirava. Era enormemente frustrante, per me, entrare in una libreria e non trovare un volume da comprare: tutti quei tomi mi apparivano come dei mattoni recanti scritte totalmente prive di significato.
La mancanza di voglia di leggere o, se volete, l’incapacità di leggere è, per un lettore, una morsa che stringe la bocca dello stomaco, una scarica di nervosismo che scorre nelle vene.
E la rabbia diventa fida compagna ogni qual volta si osserva qualcuno intento nella lettura. Perché lui ci riesce, e tu no. Perché lui ha un mondo in cui rifugiarsi, mentre tu riesci a staccare la mente solo quei 10 minuti che impiega lo smalto ad asciugarsi.

Io sono una lettrice affamata e ingorda, di quelle che hanno costantemente bisogno di una lettura che divorano in poco tempo e a grossi bocconi. Qualcuno ha insinuato che io non mi goda appieno il piacere della lettura. Non sono d’accordo ma, probabilmente, anche se lo fossi, non sarei in grado di rallentare i miei ritmi.
L’ingordigia è un mio vizio, la tranquillità non mi contraddistingue e se un libro – o un piatto o qualsiasi altra cosa – mi piace, la voglio, la esigo e ne devo usufruire immediatamente.
Quando non trovo nulla da leggere, in sostanza, la sensazione di frustrazione che provo è davvero simile a quella che si prova quando si ha fame – ma una fame terribile – e, nonostante le dispense piene, non si trova nulla da mangiare, seppur trovandosi di fronte a pietanze che, magari, il giorno prima, stavano nella top ten dei piatti prediletti.
Sì. Ho passato un paio di mesi senza leggere. Certo, ho sfogliato diverse volte i libri che ho in casa, ma senza lasciarmi trascinare da essi, estraniandomi dal mondo reale come accade quando leggo davvero.

Finché l’antivigilia, girovagando per un centro commerciale, sono finita da Mondadori. Mi piace particolarmente quella libreria, la disposizione dei libri incontra il mio gusto e non fatico nella ricerca di un titolo. Inoltre, ci trovo sempre i miei adorati Mammut della Newton Compton.
Spulciando nella zona classici ho notato per la prima volta delle edizioni BUR di romanzi per ragazzi. E ne sono stata immediatamente attratta.

Le copertine non sono nulla di particolare – bianco panna con delle scritte monocolore e un disegnino stilizzato – ma proprio la loro semplicità mi ha conquistata. E’ stato in quel momento che ho avvertito che qualcosa dentro di me si era sbloccato, e che avrei sicuramente amato qualsiasi titolo interessante avessi pescato da quella serie.
E così mi sono portata a casa Anna dai capelli Rossi di Lucy Maud Montgomery, Heidi di Johanna Spyri e Mary Poppins di P.L. Travers.

Che meraviglia avere un gatto
che fa le fusa per me!

Dolce, tenera e petulante Anna Shirley.
Arriva ad Avonlea su un calesse sgangherato, speranzosa e felice di aver trovato finalmente una famiglia disposta ad adottarla. Non sa che, in realtà, il baffuto signore che è venuto a ritirarla alla stazione attendeva un ragazzo che avrebbe dovuto aiutarlo nei campi. E, a sua volta, Matthew Cuthbert non si rende conto che al termine del tragitto che porta a Green Gables sarà già perdutamente affezionato alla piccola chiacchierona.
Fin dalle prime pagine il personaggio di Anna è ben delineato, un fantasmino tutto ossa e lentiggini ma con un’intelligenza fuori dal comune. E una fantasia senza limiti: già durante il breve viaggio verso la nuova casa inonda di parole il povero e taciturno Matthew, soffermandosi incantata a osservare la natura lussureggiante attorno a lei.

Il primo giorno ad Avonlea, tuttavia, non è radioso come Anna se l’era immaginato: Marilla, sorella di Matthew, la riporta subito con i piedi per terra, avvertendola che non c’è posto per lei in quella casa.  Per la piccola è un sogno che si spezza, ennesimo rifiuto di una famiglia che credeva l’avrebbe amata. E piange, piange tutta la notte. Possiamo sentire i singhiozzi di Anna persino noi lettori, insieme a una Marilla un po’ intristita e un po’ stupita.

Naturalmente, tutto si sistema e Anna diventa parte della famiglia Cuthbert, che le farà conoscere, finalmente, l’amore e il calore di una famiglia e le permetterà di studiare.

Avevo amato questo libro già da bambina. Ricordo di averlo preso in prestito da una cugina che, avendomi trovata davanti alla tv davanti al cartone animato omonimo, mi aveva rivelato che era stato tratto da un romanzo per ragazzi.
All’epoca l’avevo divorato in un pomeriggio, ansiosa più che altro di vedere quanto di quel libro ci fosse nella serie animata. A tratti avevo persino trovato Anna un po’ irritante, in particolare quando combinava un sacco di guai.
Leggendolo ora, invece, mi sono resa conto di quanto Anna somigliasse a me da bambina.
La fantasia ha sempre fatto da padrona nella mia vita fino alla tarda adolescenza, e non era raro che mi estraniassi dal mondo che mi circondava, con lo sguardo imbambolato, totalmente assente e indifferente agli accadimenti attorno a me.  Un atteggiamento che è sempre stato un punto interrogativo per mio padre: lui,  sempre così pratico, si spaventava persino quando mi scopriva a fissare il vuoto, sorda ai suoi richiami. Toccava a mamma rassicurarlo con una risata, dicendogli che avevo preso da lei.

Anna Shirley è il fanciullino pascoliano pel di carota. Osserva tutto, nota ogni minimo particolare e si meraviglia della sua bellezza. Ogni giorno è una nuova scoperta che fa scaturire nel suo cuore i sentimenti più disparati.
Marilla, l’elemento più razionale della famiglia, fatica a comprendere questa sua attitudine, teme gli sbalzi d’umore della ragazzina e lotta per tenerla con i piedi per terra. Non è avvezza ai sentimenti, povera Marilla. Davanti alla bambina si mostra dura e impassibile a lungo, per poi lasciarsi andare in tre momenti cruciali del romanzo: quando Anna abbandona Avonlea per andare all’università, alla morte di Matthew e quando il dottore l’avverte che potrà diventare cieca.
Matthew, per certi versi, è il personaggio più – concedetemi il termine – banale del romanzo. Uomo poco avvezzo al contatto col mondo femminile, ma dal cuore tenero.  Credo sia l’unico che non subisce una vera e propria evoluzione nel corso della storia, perchè si limita a portare alla luce un lato ben nascosto del suo carattere. A differenza di Marilla, che da burbera signora di campagna si trasforma in una madre amorevole, il caro Matthew seguita ad essere il caro Matthew, con i suoi modi di fare un po’ strambi ma sempre premuroso. Memorabile è l’episodio in cui decide di regalare ad Anna un vestitino moderno con le maniche a sbuffo: ha talmente soggezione della commessa che si ritrova a tornare a casa carico di cianfrusaglie perchè non ha osato spiccicare parola.

Già, le maniche a sbuffo. Da bambina credevo fossero una cosa bellissima e desideravo tantissimo indossarne un paio anch’io. Tra l’altro mamma si è sposata con un abito bianco con le maniche a sbuffo a pois, e io l’ho sempre guardato con un misto di invidia e ammirazione perchè mi pareva quello di una principessa. Poi, un bel giorno, ho trovato una camicetta con le maniche a sbuffo: mi stava da cani. Quella volta ho infranto uno dei miei sogni d’infanzia.

L’amicizia ha un ruolo centrale nel romanzo, e Diana incarna l’amica che tutte noi abbiamo sognato da ragazzine.  A venticinque anni mi ritrovo a invidiare Anna Shirley e il suo rapporto con la fanciulla dai capelli neri. Un’amicizia quasi escluvistica, la loro, fatta di linguaggi segreti, storie, libri scambiati, fantasticherie. Un’amicizia che attraversa indenne l’infanzia e si rafforza sempre di più nel corso degli anni.  Un’amicizia pura, e per questo quasi irrealistica.
Niente attenta al loro rapporto, nemmeno quando la madre di Diana proibisce alla figlia di frequentare Anna, non un segreto non svelato, non le nuove amiche che Anna incontra lontano da Avonlea. 
Forse è proprio questo legame ciò che più mi ha colpita, perchè un’amicizia femminile, di quelle alla “amiche del cuore”, nella mia vita non c’è.  Non esiste e ne sento la mancanza, e ogni volta che mi ritrovo da sola, dopo l’ennesima delusione al femminile, mi ritrovo a pensare che sarebbe bello riuscire a trovare qualcuno con cui confidarsi, passare dei pomeriggi a fare shopping e cose simili.

“Anna dai capelli rossi” è solo un banale libro per ragazzi?
No, e lo consiglio vivamente, anche a chi non ama troppo la lettura. E’ un romanzo all’apparenza piuttosto frivolo e semplice, ma che nel profondo aiuta a riflettere su se stessi, a capire quanto di noi abbiamo conservato dell’infanzia e quanto abbiamo perduto. E, magari, se è possibile recuperare un po’ di quella spensieratezza sbarazzina e petulante tipica di quell’età.
Perchè c’è un’Anna Shirley in tutti noi. Basta solo scovarla, adottarla, e aiutarla a crescere.

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Tag DRAMAtico: My Top 5 Special Meaning Products

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Sono mostruosamente indietro con i Dramatag: mentre la blogosfera è al settimo, io mi accingo a fare il secondo. Arriverò mai a farli tutti io pure? Abbiate fiducia: mio padre dice sempre che “con la calma e la vaselina l’elefant el gà enculat la galina” (con la calma e la vasellina l’elefante ha inculato la gallina). Sì, provengo da una famiglia di raffinati accademici della Crusca.

Oggi parliamo di cinque prodotti makeupposi che hanno uno speciale significato per noi,  tema scelto da Nero, seconda classificata al top 5 contest di Drametta.

 

5 prodotti dai significati speciali. 

a tutte capita di avere un rossetto speciale, quello che ci ricorda un avvenimento, che secondo noi porta bene o che ci fa sentire meglio.. l’ombretto che ci fa sentire coccolate perchè ce lo ha regalato la nonna e anche se il colore fa pena schifo pietà e compassione ce lo mettiamo uguale.. il gloss del nostro primo bacio – ormai rancido e immettibile – che continua a far bella mostra di sè in mezzo a tutti gli altri e che ogni mattina salutiamo con lo sguardo.

 

 

Matita nera

 Anche se nella foto vedete la Vibrant n° 100 di Kiko – mia fidata amica da una decina d’anni, ormai – è la matita nera in generale ad occupare un posticino speciale nel mio cuore, perchè mi ricorda la mia mamma.
La mia mamma non è per nulla un’appassionata di make up, non si trucca mai se non in rarissime occasioni, quando riesco ad acciuffarla e a darle una spolverata di ombretto sugli occhi.
C’è però un cosmetico che non abbandona mai, che indossa sempre, persino quando ha un po’ di influenza, ed è la matita nera. Da piccola, per me, era prassi quotidiana andare in bagno con lei mentre si preparava per andare al lavoro, e osservarla col naso schiacciato contro lo specchio tracciarsi una riga di matita nella rima interna nell’occhio.
Per me la matita nera ha simboleggiato l’ingresso nel mondo degli adulti: non vi dico che felicità quando, il primo giorno di scuola delle superiori, mia madre mi permise di indossarla.  Paradossalmente, proprio una persona che non se ne intende per nulla di trucchi ha fatto sì che compissi il primo passo verso quel mondo.
Da allora non mi abbandona più: è in ogni trucco che faccio, e c’è sempre un mozzicone di matita in qualche borsa, pronto ad aiutarmi in caso di necessità. Mi sento “nuda” senza una riga nero sotto l’occhio, trovo che senza qualcosa che li enfatizzi gli occhi spariscano dietro ai miei fondi di bottiglia.

 

Smalti

E come potevano mancare?
Non ho ricordi precisi del momento esatto in cui è scoppiata la mia mania smaltifera, ma so esattamente chi è la colpevole: mia zia paterna.
Spesso la gente si stupisce di quanto io e lei ci assomigliamo, sia fisicamente che caratterialmente. Da piccina ero praticamente il suo ritratto, e crescendo pure il carattere e il modo di comportarmi sono diventati molto simili, nel bene ma anche nel male, visto che siamo entrambe tremendamente lunatiche e nervose.
Da lei ho ereditato diverse passioni, la storia e la lettura, ad esempio, ma anche e soprattutto il make up e gli smalti. Quando ero alle elementari aspettavo con ansia il giorno di Carnevale, perchè era l’unico momento dell’anno in cui potevo esagerare col trucco, ed era lei l’addetta al look.
Di smalti ne comprava a bizzeffe, e tutti di marche costose, ma all’epoca non me ne rendevo conto. Mi piaceva osservare tutte le sue boccette colorate, e spesso non riusciva ad indossare lo smalto che si era appena comprata perchè io glielo portavo via. Pensare che mi sono mangiata le unghie per vent’anni, e mettevo lo smalto ogni morte di papa perchè erano davvero supercorte. Lei invece aveva le unghie lunghe, ben curate, che io ammiravo e invidiavo. Solo adesso mi rendo conto di quanto lei sia stata paziente con me, perchè io non cederei mai nessun mio smalto ad una bambina piccola.
Ogni volta che stendo lo smalto, quindi, penso a lei. Soprattutto visto che mio padre, che detesta cordialmente la puzza di smalto e acetone, mi ripete sovente “Sei proprio come la zia Evi!“, in un tono talmente rassegnato che quasi mi fa pena: in sostanza, saranno cinquant’anni che brontola per le stesse cose. Prima mia zia, e adesso io.
Nella foto potete vedere il mio primissimo smalto di Kiko, numero 169. Credo di averlo acquistato in 3-4 superiore, ergo ormai 8 anni fa. Un vecchione, ancora un po’ liquido ma assolutamente grumoso e colloso, eppure ancora lo conservo gelosamente: quei glitterozzi blu mi mettono tanta allegria.

Naked 1

Questa palette è stata il mio primo prodotto serio, dopo anni di pasticci e pasticciotti vari con Essence e Kiko. La collego al mio moroso, perchè è stato lui a fare a metà con me affinché la potessi avere, dopo che ero stata quasi un’ora da Sephora in adorazione dello stand.
Ad Ale potrei associare tanti miei trucchi, tra cui il famoso Russian Red, ma ho voluto scegliere la Naked perchè sta a testimoniare che lui non ha mai considerato la passione per trucchi e smalti una cosa stupida, frivola, ma anzi, è ben contento che ci sia qualcosa che mi aiuti a farmi stare bene con me stessa.
Lo ringrazio anche per tutte le volte che gli riduco la cabina armadio ad un cesso colorato perchè faccio cadere i trucchi e lui si limita soltanto a sospirare un “Ma che cazzo“.

Matte Lipstick 111 by Kate Moss for Rimmel (LINK)

Il primo rossetto rosso che mi ha fatto sentire per la prima volta una donna adulta. Fino ad un paio di anni fa non mi ero mai sentita davvero così sicura di me stessa da osare mettere piede fuori casa con un colore così acceso sulle labbra.  All’epoca mi sarei sentita osservata, giudicata: era un periodo in cui non andavo ancora troppo d’accordo con il mio aspetto fisico e preferivo passare inosservata.
E’ stato un lungo e tortuoso percorso, fatti di alti e bassi, di lacrime amare. Se non avessi avuto Ale al mio fianco in questi 7 anni a quest’ora sarei ridotta come la vecchia gattara pazza dei Simpson. Per stare in tema del pezzo, comunque, è stato lui a scegliere questo colore: io mi sarei portata a casa volentieri un nude, un rosa al massimo. “Ma basta con ‘sti color cacca, su! Prendi questo, te lo regalo io!” e sbam: mi piazza in mano questo rossetto.
Non ero troppo convinta, sia chiaro, ma una volta arrivata a casa è scoccata la magia: mi sono guardata allo specchio e per la prima volta mi sono vista carina.  Paradossale l’effetto che può fare un rossetto, sta di fatto che il rosso è spesso una costante nei miei make up. E mi sento immensamente sexy ogni volta che lo indosso.

Ultra Glossy 810 by Kiko (LINK)

Questo rossetto è legato al giorno più importante della mia vita: la mia laurea.
Per quel giorno volevo un rossetto che fosse rosso ma non troppo, perchè non me la sarei sentita di affrontare la commissione con un colore pieno. Così ho scelto lui, un rosso abbastanza chiaro, tendente un po’ al corallo a mio avviso, con un sacco di glitterini dentro: ogni volta che lo indosso mi conferisce un alone rossastro alle labbra e una luminosità al viso sorprendente. Insomma, è stato un buon compromesso per la mia laurea che mi ha fatta sentire bella e sicura di me, senza temere di essere giudicata per il mio make up.

Guest photo!

A proposito di Top Meaning, questi sono gli unici due prodotti (oltre alla matita nera) che mia madre ha usato per il trucco del suo matrimonio, il 19 luglio 1986. L’ombretto credo sia di Deborah, o almeno la confezione è similissima, il rossetto…misteri della fede!

Quick Post: Bla bla bla (e ancora blaaah)

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Domani mi trasferisco per un mese dal moroso: gioia e giubilo!
I miei suoceri vanno in vacanza e noi dobbiamo badare a Sir Pigolone, il gattone culone ciccione. Ammetto che, se mi soffermo a pensare che l’anno scorso a quest’ora stavo scorrazzando per i monti della Baviera e i castelli di Ludwig, mi viene il magone. Tuttavia, guardo anche il rovescio della medaglia: mi allontanerò per tre settimane dai miei.
A dirla tutta non ho un pessimo rapporto con i miei genitori, anzi. Ma ultimamente – vuoi per il caldo, vuoi per lo stress mio e loro – fatico a sopportarli: l’idea di stare “libera” per tre settimane mi solletica alquanto, anche se mi allontano da loro giusto quei 10 km. Tanto basta: a ventiquattro anni inizio un po’ a stancarmi di dover rendere conto a loro di tutto ciò che faccio.  “Dovere” non è il verbo adatto, comunque. In realtà non mi obbligano ad avvertirli di cosa faccio e dove vado, sono io che ho preso l’abitudine di farlo, e questo fin da bambina. Una mia conoscente mi disse che ero troppo “limitata” dai miei, ma la realtà è che non è un peso per me chiamarli per avvertirli di dove sto andando e quando penso di ritornare: lo vedo come una forma di rispetto nei loro confronti.
Il bello di stare da sola per qualche tempo con il mio moroso è il fatto di non avere orari e di poter fare tutto ciò che vogliamo, ecco. Rilassarsi, insomma. Per me, anche il non dover percepire l’ansia di mia madre per la pensione di papà di cui non sappiamo ancora nulla,  e il non doverla vedere così stanca, perchè ogni volta è un litigio: lei è un tornado e fa cento cose al giorno, per tutti, e non è in grado di prendersi tutto un pomeriggio per sé per cazzeggiare. A me dispiace vederla così a terra, è molto dimagrita dimagrita di questi tempi ed è ancora più sciupata, però al contempo mi sale una rabbia dentro ogni volta che la vedo farsi in quattro per tutti e buona parte dei parenti fregarsene.  Non vedo l’ora di avere un lavoro per poterle regalare almeno un giorno di relax da qualche parte, o magari una weekend a tutti e due.  Speriamo che a settembre, almeno, risolvano ‘sta merda di situazione degli esodati e trovino una soluzione per gente come mio padre. Tra l’altro oggi è il suo 57mo compleanno e mi ritrovo a pensare che mai avrei potuto pensare che si sarebbe trovato in una situazione così traballante, specialmente dopo quarant’anni in fabbrica.

Passando ad argomenti un po’ più soft: oggi ho scelto i libri che mi porterò dal moroso. Non che ce ne fosse bisogno perchè Ale è un gran lettore e casa sua è zeppa di libri, ma per me non è vacanza se non ho qualche volume da leggere.  Anche perchè dovrò pur staccare la testa dallo studio…
Partendo dal basso, i primi tre libri sono stati il premio di mia mamma per la fine della sessione estiva. 
Ve ne avevo già parlato, no? Amo i Mammut della Newton Compton, sebbene siano dei mattonazzi difficilmente trasportabili: amo poter avere accesso ai grandi classici con una spesa minima. Questo Mammut in particolare – I magnifici 7 capolavori della Letteratura Erotica – lo avevo addocchiato sul sito appena uscito: è un genere che mi piace parecchio e da secoli progettavo di farmi una cultura sui classici riguardanti l’argomento.  Insomma, questa mini raccolta è caduta a fagiolo, e vi consiglio di farvi un giretto sul sito della casa editrice per vedere quali altri magnifici 7 ci sono! Avrei voluto acquistare anche quello relativo alla letteratura tedesca, salvo poi realizzare che avevo praticamente tutti i classici in esso contenuti e per di più sia in tedesco che in italiano.  Per la cronaca, il volume in foto contiene: Thérèse Philosophe di Diderot, Fanny Hill, memorie di una donna di piacere di Cleland, La filosofia nel boudoir di De Sade, Suor Monika di Hoffmann, Gamiani di Musset, La mia vita segreta (opera anonima) e infine Le undicimila verghe di Apollinaire.
Salendo, troviamo la biografia di Irene Némirovsky – autrice di cui mi sono innamorata per colpa della cara Vanity Nerd – e la biografia di Stefan Zweig, il mio autore austriaco preferito.
Infine, una selezione dei miei 0,99 cent della Newton Compton: ne ho circa una trentina, ma ho voluto scegliere quelli che in questo momento mi attirano di più lasciando da parte testi un pochino più impegnativi o che, semplicemente, per ora non ho voglia di leggere.

Per quel che riguarda il settore truccheria, ho deciso che verranno con me un bel po’ di prodottini da recensire, così non starò troppo tempo con le mani in mano tra una pausa di studio e l’altra. In primis, verranno con me tuuuuuuuuutte le Palette Sleek: è una vita che voglio parlarvene, ma non voglio fare una review sulle palette complete perchè…mah, quel tipo di review un po’ mi annoia. Vorrei parlarvi dei miei ombretti preferiti, e magari farvi vedere qualche trucchino, anche se niente di pretenzioso perchè sono davvero pasticciona. Il bello di vivere a casa del moroso è che nessuno mi guarderà con la faccia da “Beh, che stai combinando?” quando girerò con le braccia sporche di trucco.

Dulcis in fundo: ho un bel po’ di prodotti da recensire che mi sono stati mandati da diverse case cosmetiche e non, tra cui Lovea! *-* Sì, proprio lei, quella del santissimo detergente!!! E sono stati davvero carini con me, ma ve ne parlerò più in dettaglio prossimamente.

Sì, lo so, doveva essere un post breve. Ma io parlo, parlo e parlo..

Ciao, sono Tizy e ho 24 anni suonati.

Si necessitano consigli fashion/beauty per..un matrimonio.

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Sabato 18 maggio si sposerà mio cugino e io, disgraziatamente, sono stata invitata.
Io odio i matrimoni, li detesto con tutta me stessa, infatti quando posso mi invento una frottola gigantesca e non ci vado. Questa volta non posso proprio saltare:  in primis è mio cugino, in secundis il 21 ho un esame e se fingessi di essere in punto di morte quel giorno, e poi andassi a Milano due giorni dopo sarebbe un tantino sospetto.

La mia adorabile metà della mela ha disertato abbandonandomi al triste destino.  D’altra parte me lo aspettavo: piuttosto che andare ad una qualsiasi cerimonia si evirerebbe o mi porterebbe a fare shopping. E sì: comprendo più che bene la sua scelta. Sia chiaro, non è il solito maschio che ha paura dei matrimoni e bla bla bla: con me non corre il rischio, non voglio né matrimonio né figli ma solo una marea di gatti, e lui concorda.

Il dramma dei matrimoni è che durano troppo. Passi la cerimonia, a cui nemmeno metto piede, ma è tutto ciò che viene dopo a farmi rotolare le ovaie a terra: il pranzo che non finisce mai ma che al terzo antipasto stai già per scoppiare, le persone antipatiche che solitamente ti ritrovi al tavolo, la noia in generale. Ecco, la noia è ciò che temo di più, visto che non posso portarmi appresso né ipad né libri – la genitrice lo trova sconveniente – e non posso mettermi a leggere nei momenti di scazzo. Vorrà dire che imparerò a memoria i cartoncini del menù e dei segnaposti e andrò a fotografare ogni filo d’erba del giardino della villa in cui faranno il pranzo.
Ah, aggiungo anche che non posso bere alcool per via dell’epilessia quindi non avrò neppure quel tipo di sostegno.

Anyway. Perchè vi sto ammorbando con i miei problemi? Semplice: necessito di consigli fashion. Io sono una tipa da tuta e da jeans e non mi metto mai in ghingheri. “Essere elegante” per me vuol dire infilarmi un paio di ballerine e una magliettina scollata, punto.
Purtroppo, questo è il tipo di matrimonio in cui la sposa ti dice “Si tratta di una cerimonia per pochi intimi” e poi scopri che ci sono trecento invitati, tra cui industriali facoltosi con la puzza sotto al naso. Così mi sono decisa a tentare un look elegante e femminile, almeno ai miei occhi.

Io vi avverto: zia Assunta è il mio modello di donna.

Questo è l’abito, di marca Orsay, acquistato per pochi spiccioli a Berlino ormai quattro anni or sono. La foto è più o meno risalente a quell’epoca, infatti noterete i capelli lunghi che ora non ci sono più.
La stoffa è tipo raso, di un colore leggermente più scuro rispetto alla foto, ed è un modello strategico in quanto nasconde bene la pancetta: il che cade a fagiolo perchè, secondo i miei calcoli astrali, il giorno del matrimonio dovrei avere il ciclo e quindi, di conseguenza, sarò gonfia come un pallone.

Queste, invece, sono le scarpe che voglio abbinarci. Sono state un mega affarone fatto dai cinesi: le ho pagate solo 12,90 euro e sono super comode!
In origine avrei voluto indossare delle ballerine poi, visto che queste decolté ci stanno a pennello, mi sono detta: “E tacco sia!”

Foto scattata l’altra mattina, perdonate il casino nel bagno.

E qui sorgono i primi problemi:

1 – Voglio indossare i collant, possibilmente color carne o qualcosa di simile. Lo so che sono l’anticristo della moda ma non li voglio assolutamente neri, perchè desidero che si notino le scarpe.  Motivazione numero 2: i collant contengono la ciccia e mi slanciano le gambe, quindi sì: li voglio! Avete consigli? Siate libere di spammarmi qualsiasi link che ritenete opportuno, purché siano marchi low cost (sono un’assassina di collant) e reperibili in negozi fisici!

2 – Questione accessori: vorrei indossare la cintura che si vede nella prima foto perchè richiama il cinturino delle scarpe. Al collo porterò questa collanina (LINK), abbinata a delle verette con gli stessi colori. E i braccialetti? Che colori mi consigliate?

3 – Questione trucco. Sono indecisa tra i seguenti rossetti anche se sarei tentata dal Cambon di Chanel, che mi sembra una buona via di mezzo tra il rosso e il rosa.

– Qual è il migliore, secondo voi?
– Che trucco potrei abbinarci? (anche qui, sbizzarritevi con i link)
– Questione smalto: nero, azzurro come il vestito oppure intonato al rossetto?

Please, help me!!!!

 

Post Accozzaglia #1: tesi, ebook, On Writing, anniversario.

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Ho già deciso la tesi della specialistica – nonostante mi manchino più o meno due anni per terminare gli studi – e la cosa mi tranquillizza davvero molto.  Sarà una tesi storica riguardante il mio comune natio in epoca moderna. Per il momento l’argomento è appena abbozzato, dovrò ridurlo sicuramente a qualcosa di più specifico onde evitare di perdermi nelle ricerche e rischiare di scrivere qualcosa di impreciso.
La scelta dell’epoca moderna è stato, in parte, un fatto opportunistico:  non voglio abbandonare la mia relatrice della triennale, perchè è una delle professoresse più in gamba che io conosca. Non solo ha una una cultura sconfinata – per essere docente onoraria alla Sorbona di Parigi presumo ce ne voglia – ma è anche un modello di docente a cui molti dovrebbero ispirarsi. Molto materna, è sempre pronta a dare una mano ai suoi studenti, anche per fatti che non riguardano l’università. L’anno scorso, a maggio, venne a mancare mio nonno materno e lei si tenne in contatto con me per tutto il tempo per sapere come io stessi. Non l’ho mai vista una volta trattare male i suoi studenti, nemmeno sotto esame: se hai fatto una cazzata te lo fa capire, ma con molto garbo.  Qualsiasi idea per la tesi viene accolta con un sorriso sulle labbra, non come fanno certi doventi che ti guardano con un espressione da “mio figlio di 5 anni avrebbe idee migliori delle tue, stupida idiota!”, e poi viene ovviamente indirizzata sul giusto binario. Non è raro, inoltre, facendo lei mille convegni in giro per l’Europa, che nei suoi giri trovi qualche museo in cui è esposto qualcosa di interessante e spedisca email ai suoi studenti con le sue scoperte.  Quando feci la tesi su Elisabetta d’Austria e il mito che è scaturito dalla sua figura, ricordo che mi spedì dalla Svizzera la foto della locandina del Musical a lei dedicato e, al suo rientro, mi portò i depliant illustrativi: dalla sua idea di inserire persino il musical, nella tesi, ne uscì un bel capitoletto apprezzato dalla commissione.  Sì, insomma, l’avete capito: adoro quella professoressa!
Non vedo davvero l’ora di iniziare questa tesi, perchè finalmente farò qualcosa da “storica”. La tesi della triennale, alla fine, non è stato un vero e proprio lavoro di ricerca, ma un sunto di diversi libri e analisi di film, poesie e mostre varie. La tesi specialistica sarà invece un lavoro da storica nel vero senso della parola: mi rinchiuderò negli archivi del mio paese, scartabellerò manoscritti, incunaboli e documenti vari. Studierò a fondo la storia del mio paesino natale e magari, perchè no, scoprirò qualcosa di nuovo. Mi addentrerò in territori poco conosciuti e solo dalle mie capacità dipenderà l’esito della tesi.

In questo periodo ho scoperto la bellezza degli ebook, comprendendo con essi la vera potenzialità di un ipad. Prima facevo parte della categoria di quelli che schifavano i libri in formato elettronico: “Vuoi mettere la bellezza di un libro cartaceo, del suo profumo, della sua consistenza!”, ripetevo a iosa. Da una parte è vero: per chi ama leggere la versione cartacea non sostituirà mai quella elettronica, per una serie di fattori che vanno dalla mera sensazione olfattiva alla voglia di ricercare edizioni raffinate. C’è da dire che, purtroppo, i libri costano e i loro prezzi stanno aumentando a dismisura: un tablet permette di avere una biblioteca sconfinata praticamente gratis. Leggendo un blog, un giornale, su facebook si trova un titolo interessante? Basta una ricerca su internet e il gioco è fatto: si ha il testo a disposizione.
E poi, non mi stancherò mai di dirlo, una delle invenzioni più spettacolari del mondo librario è IBooks (presumo ci sia anche un equivalente Android), la biblioteca personale in formato elettronico, insomma, che ti permette di sottolineare libri, aggiungere note e condividere sui social network le frasi più significative. Lo so, probabilmente a voi suona come una truzzata, ma a me dà tanta soddisfazione il poter condividere più agevolmente le mie letture!
Ultima ma non meno importante “utilità” del tablet: il potersi vedere comodamente le foto di autori, personaggi storici, quadri e tutto quando viene descritto in un libro standosene comodamente stravaccati a letto perchè basta un semplice colpo di dito per passare da IBooks a Google Chrome. Ma solo a me sorge il desiderio impellente di vedere il viso dell’autore del libro che sto leggendo?

A proposito di ebook, ho appena terminato “On Writing” di Stephen King: il più bel trattato sulla scrittura che abbia mai letto, anche perchè non pretende di insegnarti a scrivere, partendo dall’idea che una persona il talento per la scrittura ce l’ha nel sangue, non è una cosa che si può imparare. Certo, si può imparare a scrivere senza errori grammaticali e di ortografia, ma la bravura è un’altra storia. Ci ho trovato un bellissimo pezzo, che voglio condividere con voi, che riassume più che egregiamente la mia passione per la lettura

“I libri hanno la singolarità di essere magie portatili. Io di solito […] ne porto uno con me ovunque vada. Non si può mai prevedere quando hai bisogno di una via di fuga: una coda di chilometri al casello, i quindici minuti che devi trascorrere nell’atrio di una tetra palazzina di college prima che il tuo consulente esca a metterti la firma su una ricevuta, sale d’aspetto negli aeroporti, lavanderie automatiche in pomeriggi piovosi e il peggio del peggio, vale a dire lo studio del medico, quando lui è in ritardo e tu devi aspettare mezz’ora per farti bistrattare qualche parte sensibile. In questi momeni io trovo il libro vitale. “

Lunedì scorso io e il mio moroso abbiamo festeggiato 6 anni di fidanzamento, tempo che è assurdamente volato. A dire il vero, a me non sconvolge tanto la lunghezza della relazione, quanto pensare che ho finito le superiori già 5 anni fa.
Tra le cose che sono cambiate, in questi anni, è la frase che mi rivolgono i parenti riguardo alla mia relazione. A 17 anni era “Cosa ci fai già fidanzata, non ti vuoi godere la vita? Non ti stufi?”, adesso è “Quando vi sposate? Dopotutto è tanto che siete insieme”. In entrambi i casi, la risposta è sempre quella, ovvero che con lui sto benissimo così.
A proposito: ecco il mio regalo per l’anniversario. Inaspettato, oserei dire! Mi ha vista che guardavo con la bava alla bocca lo stand Benefit e mi ha detto: “Dai, scegli un kit che te lo regalo io. Non vedi che bella confezione retrò che hanno?”

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Non sono morta, eh! So che non mi avete visto gironzolare per i vostri blog per più di un mese, ma sono rimasta imprigionata nella sessione d’esami. Grazie al cielo è quasi giunta alla fine, devo dare l’istituzionale di biblioteconomia il 22 di febbraio e poi sarò libera come una rondine di primavera… fino a maggio, più o meno.
Ho notato con grandissimo disappunto che nell’anno trascorso tra l’ultima sessione della triennale (ho dato l’ultimissimo esame a metà febbraio 2012) e la prima della specialistica il mio cervello s’è notevolmente impigrito e faccio una fatica dell’accidente a concentrarmi. Ultimamente preferisco studiare a casa: qui almeno c’è mia madre che strillando mi intima di smetterla di cazzeggiare e di mettermi a studiare, in università… beh, vi basti pensare che ho, praticamente a due passi, nell’ordine: una Coin, una manciata di librerie, due Kiko, una Lush, due Bottega Verde, una Gardenia ed una Sephora, sorvolando naturalmente sui negozi di vestiti e di cibarie. In sostanza, sono in un covo di distrazioni. E, soprattutto, non c’ho la forza di resistere.

Buone nuove, comunque. Lunedì inizierò lo stage della durata di un mese presso la sede del Giornale di Brescia, sezione cronaca. Sto avendo la fortuna di frequentare un corso di giornalismo in università col direttore, che dà la possibilità ai suoi studenti di poter trascorrere un mese in redazione e anche di farsi conoscere scrivendo editoriali et similia.  E’ stato anche uno dei professori migliori che abbia mai avuto, un maestro di vita, soprattutto. Uno di quei professori – rari ahimé – che ti sprona a cogliere il fascino della vita anche nelle piccole cose, spronandoti ad osservare con attenzione ciò che ti sta attorno. Forse potrà sembrare stupido, ma da quando frequento il suo corso ho imparato a gironzolare col naso all’insù, cogliendo ogni giorno un particolare nuovo della mia città che non avevo mai visto prima. Adesso so che, se imbocco una determinata strada nel mio cammino verso l’università, mi ritroverò sulla mia sinistra una casa tutta bianca, eccezion fatta per una macchia sulla facciata che reca tracce di un antico affresco. Viceversa, se decido di optare per la strada più breve, sotto ad una vecchia arcata, c’è una porticina che nasconde una chiesetta settecentesca ad un occhio poco attento ricorda un palazzo. Poco più avanti, una pasticceria che fa cake design – che adoro – crea un contrasto davvero affascinante con uno dei bar più vecchi del centro storico. Probabilmente, alla maggior parte di voi sembrano banalità, eppure – non so perchè – scoprire ogni giorno delle piccole cose mi rende la giornata migliore. Mi piacerebbe saper fotografare per poter cogliere il significato profondo che hanno per me. 
Dicevo, il professore. E’ uno di quelli che non smetteresti mai di ascoltare, soprattutto quando inizia a snocciolare aneddoti della sua carriera da giornalista.  C’è chi, tra i miei compagni di corso, lo definisce egocentrico e di conseguenza lo reputa pieno di sé ed antipatico. Io lo trovo affascinante, stilla cultura da tutti i pori della pelle senza sfociare nell’ossessiva ostentazione di sé. Le sue lezioni sono un continuo saltare dalle nozioni teoriche del giornalismo alla letteratura, dalla letteratura alla vita vissuta, in un intersecarsi continuo di aneddotti e citazioni storico -letterarie. Ama farci fare i voli pindarici, come li chiama lui. Ci prende alla sprovvista con domande che a volte non c’entrano nulla col discorso che si sta facendo e ci sprona a rispondere con tutto ciò che ci passa per la testa, senza censure. Un modo per testare la nostra reattività e la nostra capacità di scrutare a fondo i fatti, ne sono sicura. Ci ripete spesso che un buon giornalista è in primis un acuto osservatore, e lui lo è. Quando spiega e percorre a grandi falcate l’aula, è palese che osservi ogni nostra reazione, e nel giro di poche lezioni ci aveva già inquadrato tutti. Era dai tempi delle superiori che non incontravo un professore che mi colpisse così tanto: per dire, sono giunta ai livelli che al mercoledì vado in università solo per seguire la sua lezione, che dura soltanto un’ora. Solitamente, non schiodo mai il didietro dal letto per una misera ora di lezione e preferisco starmene a casa a studiare..

E voi, ragazze, che mi dite dei vostri docenti? C’è qualcuno che adorate particolarmente?

Guarda Mistero responsabilmente

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Sapete che cosa inizia questa sera? Bingo! Mistero!

 
 
Che cos'è Mistero? É un programma trashissimo di informazione pseudo-scientifica (la fonte é Wikipedia, mica banane) in onda su Italia Uno ormai dal lontano 2009. Nato sulla falsariga di Voyager, condotto da un ormai più che discutibile Giacobbo, se ne distanzia notevolmente per l'abnorme presenza di reietti della tv che lo conducono (francamente, qualcuno sapeva dove fosse finito Bossari?) e per gli argomenti ai confini della realtà.
Se, e dico se, il povero Giacobbo tenta di dare un senso ai suoi servizi suffragandoli con manuali scritti da lui o da un qualsiasi cristiano munito di laurea, Mistero non bada alle fonti – in francese: se ne sbatte una beata minchia – e manda in onda qualsiasi stronzata notizia pervenga in redazione, dall'alieno con manie di protagonismo casualmente inquadrato da una telecamera alla signora che si attacca le padelle e i ferri da stiro al corpo come un gigantesco magnete, da quel disgraziato del fumettista della Marvel che evidentemente non ha niente di meglio da fare che vendersi al National Geographic per fare dei servizi pallosissimi puntualmente riciclati da Mistero, all'ormai celeberrimo gnomo armato di ascia.


Naturalmente io faccio parte dello spettatore medio che ogni settimana non scolla gli occhi dalla tv. E dall'ipad. Si, perché Mistero non esisterebbe senza Twitter, o meglio sarebbe stato cancellato alla stagione numero due. Questo programma, visto senza l'ausilio di un dispositivo collegato al social network, suscita un'immensa pietà mista ad incazzatura, dato che ultimamente ha preso la simpatica abitudine di mandare in replica duemila volte lo stesso servizio. Il fascino di Mistero deriva, oltre che dal suo essere la quintessenza della stronzata, dai commenti che gli spettatori lasciano su Twitter. É una gara all'ironia più becera, una gara all'ultimo retwitt. Ma sono anche risate fino al mal di pancia.
Noi del #TeamMistero (questo l'hashtag che dovrete digitare, qualora vogliate entrare in contatto con noi) siamo profondamente odiati dai ragazzini che, ogni mercoledì, vedono i loro beniamini One Direction, Bieber e compagnia andante scalzati da #Mistero, che svetta come una cima innevata in un mare di letame. Puntualmente, infatti, la homepage di Twitter si fa silenziosa ad esclusione di qualche impavido che, in preda allo sconforto, prova a pigolare: “Ma Mistero é una merda!”.

C'è da dire che l'idea di fondo non era malvagia: a chi non piacciono le storielle misteriose di fantasmi, alieni, i luoghi un po' esoterici? Si trattava, nel 2009, di un misto di super Quark e Voyager con qualche intermezzo comico. Tra l'altro all'epoca conduceva Enrico Ruggeri che, con la sua voce calda e vibrante rendeva tutto credibile, oltre a creare attorno al servizio quell'atmosfera un po' osé da porno anni Settanta. Guardavi Mistero e ti dicevi: “Ah, Enrico, con quella voce puoi dire di tutto, anche che il papa ha ballato la lap- dance in giarrettiere fra le colonne del Bernini“.
Poi…é arrivato Raz Degan, misterioso essere noto agli italiani solo per essere il compagno fedifrago ed aspirapolvere di Paola Barale. E li non si é capito più un accidente. Si, perché se prima guardavi Mistero con disinteresse, magari sfogliando nel contempo Novella 2000 o spulciando le foto su Facebook di quella zoccola che non si capisce come mai non é ancora andata a rimpolpare Puttanopoli ad Arcore ma sta ancora in mezzo al cazzo al tuo paese (in tutti i sensi), riuscendo comunque ad afferrare il senso del discorso, con Raz non potevi fare altro che guardare la tivvù. Solo una cosa si intendeva chiaramente “MISTERA!“, seguita da una risata sguaiata tendente al satanico. E qui emerge il mio solitario gene leghista, retaggio montanaro, che mi fa dire: “Raz, tesoro? Sei qui in Italia da vent'anni, possibile che tu non sappia articolare una frase che sia una in italiano?”. Naturalmente no. Una frase tipica in chiusura di servizio era, spesso e volentieri, una cosa del tipo: “Ma li ufi esistana o non esistano? MISTERA! AAHHHAHHAHHAHHAHAH“.


Recentemente, la redazione ha promosso tutti quanti al rango di conduttori, cosicché si é venuto un bestiario medioevale che val la pena enunciare.

1) Daniele Bossari (conosciuto su Twitter come #Danielo aka #Pampers): chi è stata giovine come me negli anni Novanta si ricorderà sicuramente che questo bel faccino conduceva Fuego, un programma musicale pomeridiano. Ricordo una discreta cotta nei suoi confronti, ma avevo 10-11 anni e all'epoca il mio cuoricino batteva per i biondini. Adesso Danielo è cresciuto e fa il conduttore. Il poverino viene spesso mandato in spedizione nelle cripte, da cui riemerge fortemente traumatizzato. Non è raro che il disgraziato discenda negli inferi e, trovandosi faccia a faccia con qualche teschio di shakespeariana memoria, inizi ad urlare “Cazzo! Cazzo! Porca Puttana! Teschi! Ossa! Teschi! Ossa! Cazzo!“, in un loop che occupa circa i tre quarti del servizio. Sono attimi di grande tivvù.


2) Andrea G. Pinketts: secondo Wikipedia grande esponente della letteratura noir, secondo il #TeamMistero molto probabilmente ha deciso di sputtanarsi la carriera finendo come inviato a Mistero. Dotato di un irritantissimo e marcatissimo accento milanese, è un inviato multi-tasking, anche se ultimamente viene spedito in paesini italiani in cui si sono verificati avvistamenti ufo. Grondante di whisky dall'inizio alla fine del servizio e munito dell'immancabile sigaro, egli introdurrà il servizio riciclando in pieno tono bauscia milanes pezzi dei suoi libri. Non sempre è garantita la lucidità.


3) Marco Berry: direttamente dalle Iene, è il David Copperfield della mutua. Di questi tempi si diletta a fare numeri di magia, grazieaddio alla fine della puntata, in cui con la scusa di elargire doni fa il provolone con qualche bella pulzella del pubblico. Non mancano, tuttavia, sporadici servizi pure per lui.
 

4) Jane Alexander: ha più palle dei tre uomini qui sopra messi insieme. La sua specialità è strisciare nei cunicoli delle grotte. L'anno scorso era affiancata da Paola Barale, ma la tensione tra le due era palpabile. Misteriosamente, la Barale è sparita, probabilmente soffocata dalle palline da ping pong di botulino che aveva nelle guance.
 

5) Nicole Pelizzari: chi l'ha detto che in Italia non si assumono più ggiovani? Ragazza pescata dal pubblico a casa da un paio d'anni, ha uno sguardo perennemente terrorizzato 24h su 24. Di tutto il bestiario, insieme a Jane forse è la più credibile.


I 5 Power Rangers sono affiancati da losche figure che compaiono qua e là nella puntata, a seconda dell'utilità.

1) Pablo Ayo è l'addetto agli ufo. Gli spettatori da casa, con evidente voglia di presa per il culo, gli inviano filmati di strani avvistamenti alieni. Nove volte su dieci (ma anche dieci volte su dieci), l'alieno è talmente falso che si vedono i fili che lo fanno muovere a mo' marionetta. Con altrettanta percentuale, si può notare nelle fotografie l'ufo incollato con paint. Per salvare la faccia, il buon Pablo utilizza la fatidica frase: “Questa foto non ha convinto la redazione che l'ha analizzata: trattasi di un fake.

2) Daniele Gullà ha invece a che fare con i fantasmi. Superfluo dire che, il più delle volte, trattasi di macchie indistinte nelle fotografie o di rutti in un microfono. Lui, però, ha diritto anche a servizi personali: ogni tanto lo ficcano ad cazzum in qualche castello, munito di strani macchinari e della Banda Bassotti, pronto a monitorare la possibile presenza sovrannaturale. Come da copione, solitamente l'indagine si conclude con un buco nell'acqua.

3) Adam Kadmon è sicuramente il mio preferito. Un misto tra un cavaliere templare, un master sadomaso e una brutta copia di Di Caprio, è il complottista della situazione. Costretto, a suo dire, a celare la sua vera identità dietro ad una maschera di ferro, espone le sue teorie in una cella da Santa Inquisizione. Noto su Twitter come #AdamKakka, ad ogni puntata terrorizza lo spettatore individuando complotti mondiali persino nella lettiera del gatto.

4) Rachele Restivo è la bella figa della situazione, immancabile in un programma Mediaset. Fino alla penultima stagione aveva il ruolo dell'oracolo: ovvero, avvolta in un manto trasparente e sotto una pioggia di coriandoli dorati, come un cotechino il giorno di Natale, blaterava frasi fatte senza senso, prontamente rubate da Fabio Volo per uno dei suoi libri. Recentemente, l'hanno messa davanti ad un fondale rappresentante il ponte di Brooklyn ad introdurre i servizi rubati al National.


I servizi di Mistero – l'avrete ormai capito – coprono tutto lo scibile cazzaro. Il programma ha dato il suo meglio nella frenesia pre-apocalittica dei Maya: una gara all'ultimo sangue con Giacobbo su chi riusciva a scovare l'ultimissima teoria catastrofista. Grazie a Mistero, ho capito che non solo siamo odiati da alieni e gentaglia del passato, ma pure dalla Madonna che, apparendo in vari luoghi disseminati nel pianeta, annuncia soltanto disgrazie. Amen.I Maya ormai son passati, ergo che rimane? Alieni, Fantasmi, Templari (a volte tutti e tre insieme) e Madonne. E mummie, teschi e cimiteri. Mi piacerebbe sapere che fine ha fatto quella signora che, in lacrime, nel 2009 ammise davanti ad uno sghignazzante Ruggeri di essere stata messa incinta dagli alieni più volte e di aver subito pure un aborto. Mostrando, che velodicoaffà, l'immagine di un coniglio morto senza orecchie. Di tutt'altra leggiadria era la ninfomane aliena, che sosteneva di fare sesso con gli alieni e di incontrarli a suo piacimento, salvo poi dire ad uno sconcertato #Danielo che gli alieni non volevano mostrarsi davanti alle telecamere. Timidoni!


Caro Mistero, io te la butto lì: assumimi! Ho una laurea in lettere, mi sto specializzando in storia e mi piacciono le cazzate. Non ti manca una storica nel tuo team? Eventualmente, ho pure un bel paio di tette, quindi posso mettermi a ballare la macarena dietro l'oracolo. Caro Mistero, sappilo: con la mia laurea, o do via il culo o faccio l'inviata da te, visto l'andazzo in Italia. Ricordati le mie parole, altrimenti vado da Giacobbo.Mi accontenterei di mansioni minori: che so, reggi-bottiglia/sigaro a Pinketts, asciugatrice delle lacrime di #Danielo versate durante le sue pericolosissime scorribande nelle cripte. Non so usare photoshop, ma se vuoi catturo qualche frame di The Sims 3 con alieni e fantasmi, così dai lavoro anche a Ayo e a Gullà, che sembra un fantasmino pure lui.
 

Come finisce la gente sul mio blog

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Non ricordo bene chi mi disse che, spulciando nella dashboard del blog su WordPress, era possibile scoprire attraverso quali termini di ricerca la gente finisse sul mio blog. Mi pare fosse un’amica che pubblicò lo stamp su Facebook, e mi feci un sacco di risate. Stasera, mi è venuto in mente di farvi fare due risate, visto che non ho l’ispirazione per post più intelligenti. Buon divertimento!

(Cliccate per ingrandire, se non riuscite a leggere)

La donna perfetta. Storia di Barbie

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Ho appena terminato “La donna perfetta. Storia di Barbie”, di Nicoletta Bazzano. E’ domenica 12 agosto e sono in pieno ciclo. Tutti stanno sguazzando nel mare e io li osservo con una certa invidia. Non funziona nemmeno internet, perché quegli idioti che gestiscono questo campeggio hanno deciso, come ogni anno, di cambiare modalità di connessione al server principale inserendo un nuovo sistema di password che va in crash ogni tre per due. I suddetti tizi da quattro giorni smanettano sulla connessione, e da quattro giorni si riesce a rimanere connessi per non più di cinque minuti. Indi per cui, presumo che questo post comparirà sul mio blog quando sarò ormai rientrata. Pff, che nervi. Non mi rimane altro che portarmi avanti con i post, a mano a mano che termino un libro che ha catturato la mia attenzione e a mano a mano che mi viene l’ispirazione per i post sui castelli di Ludwig.

 

La donna perfetta” è un piccolo saggio che mi è stato consigliato dalla mia relatrice mentre stavo scrivendo la tesi e decisi di inserire, nel capitolo riguardante il mito di Sissi, anche la sua versione Barbie. Non so se la ricordate. Ne esistevano due versioni: la prima, diretta ad un pubblico più infantile, aveva i lunghi capelli castani sciolti sulle spalle, trattenuti da una coroncina di stoffa dorata, e un abito di broccato oro e bianco. La seconda, meno celebre, ma che ricordo fosse presente nei giornalini che uscivano mensilmente in edicola, replicava la celebre acconciatura di Elisabetta d’Austria – la folta chioma raccolta in diverse trecce, impreziosita da stelle di diamanti, richiamate anche dalle stelle dorate cucite sull’abito bianco.

 

Il libro analizza l’impatto che la bambola Barbie ebbe sul mercato e sulla società degli anni Cinquanta, quando comparve per la prima volta sul mercato americano, e sui decenni successivi, fino ad arrivare ai giorni nostri. E’ un presente un po’ problematico per Barbie, poiché sta venendo surclassata da altre bambole, come le Bratz e le Winx, che non pretendono di replicare – come lei – il mondo degli adulti, ma sono delle semplici adolescenti. Ciò che sta causando il declino di Barbie è, secondo l’autrice, il suo apparire perfetta, non solo in ogni situazione a causa di un pressoché illimitato guardaroba, ma anche fisicamente e caratterialmente parlando. Se Barbie sa essere perfetta in ogni occasione, le Bratz e le Winx sono semplicemente ragazzine con i loro pregi e i loro difetti. Psicologicamente parlando, trovo sia un dato davvero interessante, un punto di vista che non avevo mai preso in considerazione. La perfezione, evidentemente, a lungo andare stanca, e le bambine preferiscono immedesimarsi con qualcuno di più simile a loro.

 

Resta però un dato di fatto: la geniale idea di Ruth Handler di creare un giocattolo mediante il quale le bambine potessero avere accesso al mondo proibito degli adulti. Barbie, tuttavia, ha un suo precedente, meno famoso di lei: Lilli, una bambola tedesca di simili fattezze, protagonista di una serie di storielle su un quotidiano tedesco. Ciò che differenzia Lilli, è il suo pubblico: non è un giocattolo, è piuttosto un simpatico gadget per signori. Ruth Handler decise invece di destinare la bambola alle bambine, dotandola fin da subito di un sontuoso guardaroba e di milioni di accessori.

Il libro si sofferma sullo scandalo destato da Barbie, fin dalla sua comparsa il 9 marzo 1959: dopo secoli di bambolotti, culle e pannolini, ecco arrivare tra le mani delle bambine una bambola dalle forme procaci, molto più simile ad una pin up o ad un’attrice, piuttosto che alla ragazza della porta accanto.

Tuttavia, Barbie ha immediatamente un enorme successo, grazie al suo ruolo educativo, nel senso stretto del termine. Gli anni Cinquanta sono quelli del galateo, che insegna cosa debba fare ogni signorina che si rispetti. Ecco che allora la Mattel – la sua famosa casa di produzione – fa in modo che Barbie educhi attraverso il gioco le bambine a sapersi comportare perfettamente in società, indicando loro qual’è l’abito più opportuno da indossare o anche solo come servire un thè, servendosi di libriccini presenti in ogni confezione di abiti ed accessori. Non è un caso che Barbie non abbia mai assecondato i movimenti femministi ma anzi vi si sia adeguata solo a cambiamento avvenuto, alla fine degli anni Settanta. E’ a partire da quegli anni che Barbie inizia ad intraprendere lavori prima considerati assolutamente inadatti ad una signora, a vestire in modo più audace e variopinto. Dalla fine degli anni Settanta in poi, la Mattel si premurò di adattare il guardaroba di Barbie alla moda vigente, anche se non più tanto bon-ton e di adattare la sua vita fittizia ai cambiamenti sociali: in quegli anni vennero infatti introdotte le prime Barbie nere.

 

Mi è piaciuto molto questo libro, da buona amante del mondo rosa e plasticato di Barbie. Mi è servito a razionalizzare una figura che per me è un mito.

Non ho mai amato giocare con i bambolotti, da piccola. Già allora giocare alla mamma non mi si addiceva, preferivo di gran lunga la bionda di venti centimetri. Quando ho smesso di giocarci, attorno agli 11 anni, avevo raccolto una ragguardevole collezione: 84 barbie, innumerevoli abiti ed accessori, mobiletti e mezzi di locomozione vari. Una frase mi ha particolarmente colpito, in questo libro: “ I bambini non parlano mai di una Barbie in particolare. Quando ne parlano, fanno sempre riferimento a scatole piene di Barbie.” In effetti è vero. Che io ricordi, non c’era una bambola che prediligevo più di tutte. Certo, c’erano le sorelline di Barbie – Skipper, Stacey e Shelly – che usavo sempre, anche perché delle prime due avevo una sola versione. Ricordo che usavo un po’ tutte le Barbie, a rotazione, a seconda dell’estro di quel giorno. Avevo una Barbie d’epoca, quello sì, ereditata dalla zia, risalente agli anni Settanta che custodisco ancora gelosamente. Ha un vestito di tulle color pesca, e indossa una pelliccia di vero pelo di coniglio. Immagino i casini che farebbero oggigiorno gli animalisti, se la Mattel decidesse di produrre una serie di abiti in vero pelo di animale. In ogni caso, quella Barbie d’epoca recitava la parte della mamma di Barbie e le sue sorelle, che compariva ogni tanto, perché stava sempre in viaggio. Ricordo che non mi piacevano per nulla le case di Barbie preconfezionate, non soddisfacevano la mia vena creativa. Preferivo di gran lunga farmi regalare i mobili – camerette, bagni, cucine – con i quali comporre da me la mia mega villa, che occupava tutti e quattro i ripiani della mia libreria e parte del pavimento. Ricordo che tutte le sere dovevo smontare tutto per rimettere a posto i libri, e a volte non avevo voglia di sistemare il tutto e ammonticchiavo cataste di roba dietro alla libreria, coprendole con i miei tre cassoni colorati: uno di Barbie, uno di vestiti, e uno di accessori.

Tra i mezzi di locomozione c’era pure un camper, che si apriva a libro, tutto rosa, con la cucina che faceva il rumore dell’acqua che bolle. Ogni tanto le mie barbie facevano una vacanza in camper, ma solitamente quel veicolo lo riservavo al mio migliore amichetto delle elementari, che obbligavo a giocare a Barbie: lui ovviamente faceva Ken, e viveva nel camper, io Barbie e vivevo nella megavilla. Già allora ero una primadonna.  

Cattive relazioni

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Stasera mi sono fatta la mia skincare serale in compagnia della Messa da Requiem di Mozart. Abito dietro alla chiesa, e il lunedì sera il coro fa le prove. Non sono malaccio, a dire il vero. A me i cori piacciono, è la gentaglia che popola il mio paesino di montagna a non essere di mio gradimento.  Tutti sempre pronti a giudicare, soprattutto la sottoscritta che la chiesa la evita come la peste da quando ha finito i terribili 8 anni di catechismo. Non mi piacciono affatto i parrocchiani. O meglio, quelli che io definisco “i leccaculo del don”. Quegli stessi decerebrati che hanno fatto una petizione per far smettere di suonare le campane alle 21 di sera perchè “davano fastidio”, firmando anche (e soprattutto) a nome nostro. Come se a noi dessero fastidio le campane: io sono nata qui, e per me è un suono assolutamente naturale. Anzi, quando di notte mi svegliavo contavo i rintocchi per capire che ore erano, e mi piaceva quel rituale.  Mio padre non ha voluto far partire la denuncia perchè di soldi per pagare l’avvocato non ne abbiamo, ma si è premurato di andare dal prete a dire che lui vive in questa casa da quasi sessant’anni, e le campane non sono mai state un problema. 
Ai parrocchiani non è affatto piaciuta l’azione di mio padre, abituati come sono a tenere in pugno il paese, e da allora sono cominciati piccoli dispetti. Uno fra tutti: una domenica mio padre ha deciso di andare a bere un bicchiere di vino al bar dell’oratorio, pensando che tanto donare due euro ad un bar qualsiasi o a quello dell’oratorio per lui era uguale, e che tanto valeva fare un offertina lì. Non l’hanno fatto entrare, adducendo come scusa il fatto che non aveva la tessera per entrare lì perchè non frequenta la chiesa. 
Con me si sono azzardati solo una volta a dirmi che non avrei il diritto di abitare vicino ad una chiesa, dato che non la frequento. Mi hanno sentita prorompere in insulti degni delle peggiori bettole, e da allora quando mi vedono cambiano strada. La mia ex catechista, addirittura, un giorno mi ha vista. Stava con la sua classe di bambini e mi ha indicata a loro dicendo: “La vedete quella? Non dovete mai prendere esempio da lei.”. Io ho risposto ai bambini: “Tesori, se non vado in chiesa è colpa anche dell’incapacità della vostra catechista. Tra l’altro, lei mi ha giudicata idonea ai sacramenti”. E me ne sono andata. 
 E’ proprio una cosa che non sopporto, la presunzione e la cattiveria di quella gente. Io non sono credente, ma la Bibbia l’ho letta. E mi domando: come potete essere credibili come catechisti, se siete i primi a discriminare chi non va in chiesa? Tempo fa volevano addirittura mettere una clausola per il grest: potevano andare solo i cristiani, musulmani ed atei non erano i benvenuti.  E allora dove sta la tolleranza?

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