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Tag DRAMAtico: My Top 5 Special Meaning Products

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Sono mostruosamente indietro con i Dramatag: mentre la blogosfera è al settimo, io mi accingo a fare il secondo. Arriverò mai a farli tutti io pure? Abbiate fiducia: mio padre dice sempre che “con la calma e la vaselina l’elefant el gà enculat la galina” (con la calma e la vasellina l’elefante ha inculato la gallina). Sì, provengo da una famiglia di raffinati accademici della Crusca.

Oggi parliamo di cinque prodotti makeupposi che hanno uno speciale significato per noi,  tema scelto da Nero, seconda classificata al top 5 contest di Drametta.

 

5 prodotti dai significati speciali. 

a tutte capita di avere un rossetto speciale, quello che ci ricorda un avvenimento, che secondo noi porta bene o che ci fa sentire meglio.. l’ombretto che ci fa sentire coccolate perchè ce lo ha regalato la nonna e anche se il colore fa pena schifo pietà e compassione ce lo mettiamo uguale.. il gloss del nostro primo bacio – ormai rancido e immettibile – che continua a far bella mostra di sè in mezzo a tutti gli altri e che ogni mattina salutiamo con lo sguardo.

 

 

Matita nera

 Anche se nella foto vedete la Vibrant n° 100 di Kiko – mia fidata amica da una decina d’anni, ormai – è la matita nera in generale ad occupare un posticino speciale nel mio cuore, perchè mi ricorda la mia mamma.
La mia mamma non è per nulla un’appassionata di make up, non si trucca mai se non in rarissime occasioni, quando riesco ad acciuffarla e a darle una spolverata di ombretto sugli occhi.
C’è però un cosmetico che non abbandona mai, che indossa sempre, persino quando ha un po’ di influenza, ed è la matita nera. Da piccola, per me, era prassi quotidiana andare in bagno con lei mentre si preparava per andare al lavoro, e osservarla col naso schiacciato contro lo specchio tracciarsi una riga di matita nella rima interna nell’occhio.
Per me la matita nera ha simboleggiato l’ingresso nel mondo degli adulti: non vi dico che felicità quando, il primo giorno di scuola delle superiori, mia madre mi permise di indossarla.  Paradossalmente, proprio una persona che non se ne intende per nulla di trucchi ha fatto sì che compissi il primo passo verso quel mondo.
Da allora non mi abbandona più: è in ogni trucco che faccio, e c’è sempre un mozzicone di matita in qualche borsa, pronto ad aiutarmi in caso di necessità. Mi sento “nuda” senza una riga nero sotto l’occhio, trovo che senza qualcosa che li enfatizzi gli occhi spariscano dietro ai miei fondi di bottiglia.

 

Smalti

E come potevano mancare?
Non ho ricordi precisi del momento esatto in cui è scoppiata la mia mania smaltifera, ma so esattamente chi è la colpevole: mia zia paterna.
Spesso la gente si stupisce di quanto io e lei ci assomigliamo, sia fisicamente che caratterialmente. Da piccina ero praticamente il suo ritratto, e crescendo pure il carattere e il modo di comportarmi sono diventati molto simili, nel bene ma anche nel male, visto che siamo entrambe tremendamente lunatiche e nervose.
Da lei ho ereditato diverse passioni, la storia e la lettura, ad esempio, ma anche e soprattutto il make up e gli smalti. Quando ero alle elementari aspettavo con ansia il giorno di Carnevale, perchè era l’unico momento dell’anno in cui potevo esagerare col trucco, ed era lei l’addetta al look.
Di smalti ne comprava a bizzeffe, e tutti di marche costose, ma all’epoca non me ne rendevo conto. Mi piaceva osservare tutte le sue boccette colorate, e spesso non riusciva ad indossare lo smalto che si era appena comprata perchè io glielo portavo via. Pensare che mi sono mangiata le unghie per vent’anni, e mettevo lo smalto ogni morte di papa perchè erano davvero supercorte. Lei invece aveva le unghie lunghe, ben curate, che io ammiravo e invidiavo. Solo adesso mi rendo conto di quanto lei sia stata paziente con me, perchè io non cederei mai nessun mio smalto ad una bambina piccola.
Ogni volta che stendo lo smalto, quindi, penso a lei. Soprattutto visto che mio padre, che detesta cordialmente la puzza di smalto e acetone, mi ripete sovente “Sei proprio come la zia Evi!“, in un tono talmente rassegnato che quasi mi fa pena: in sostanza, saranno cinquant’anni che brontola per le stesse cose. Prima mia zia, e adesso io.
Nella foto potete vedere il mio primissimo smalto di Kiko, numero 169. Credo di averlo acquistato in 3-4 superiore, ergo ormai 8 anni fa. Un vecchione, ancora un po’ liquido ma assolutamente grumoso e colloso, eppure ancora lo conservo gelosamente: quei glitterozzi blu mi mettono tanta allegria.

Naked 1

Questa palette è stata il mio primo prodotto serio, dopo anni di pasticci e pasticciotti vari con Essence e Kiko. La collego al mio moroso, perchè è stato lui a fare a metà con me affinché la potessi avere, dopo che ero stata quasi un’ora da Sephora in adorazione dello stand.
Ad Ale potrei associare tanti miei trucchi, tra cui il famoso Russian Red, ma ho voluto scegliere la Naked perchè sta a testimoniare che lui non ha mai considerato la passione per trucchi e smalti una cosa stupida, frivola, ma anzi, è ben contento che ci sia qualcosa che mi aiuti a farmi stare bene con me stessa.
Lo ringrazio anche per tutte le volte che gli riduco la cabina armadio ad un cesso colorato perchè faccio cadere i trucchi e lui si limita soltanto a sospirare un “Ma che cazzo“.

Matte Lipstick 111 by Kate Moss for Rimmel (LINK)

Il primo rossetto rosso che mi ha fatto sentire per la prima volta una donna adulta. Fino ad un paio di anni fa non mi ero mai sentita davvero così sicura di me stessa da osare mettere piede fuori casa con un colore così acceso sulle labbra.  All’epoca mi sarei sentita osservata, giudicata: era un periodo in cui non andavo ancora troppo d’accordo con il mio aspetto fisico e preferivo passare inosservata.
E’ stato un lungo e tortuoso percorso, fatti di alti e bassi, di lacrime amare. Se non avessi avuto Ale al mio fianco in questi 7 anni a quest’ora sarei ridotta come la vecchia gattara pazza dei Simpson. Per stare in tema del pezzo, comunque, è stato lui a scegliere questo colore: io mi sarei portata a casa volentieri un nude, un rosa al massimo. “Ma basta con ‘sti color cacca, su! Prendi questo, te lo regalo io!” e sbam: mi piazza in mano questo rossetto.
Non ero troppo convinta, sia chiaro, ma una volta arrivata a casa è scoccata la magia: mi sono guardata allo specchio e per la prima volta mi sono vista carina.  Paradossale l’effetto che può fare un rossetto, sta di fatto che il rosso è spesso una costante nei miei make up. E mi sento immensamente sexy ogni volta che lo indosso.

Ultra Glossy 810 by Kiko (LINK)

Questo rossetto è legato al giorno più importante della mia vita: la mia laurea.
Per quel giorno volevo un rossetto che fosse rosso ma non troppo, perchè non me la sarei sentita di affrontare la commissione con un colore pieno. Così ho scelto lui, un rosso abbastanza chiaro, tendente un po’ al corallo a mio avviso, con un sacco di glitterini dentro: ogni volta che lo indosso mi conferisce un alone rossastro alle labbra e una luminosità al viso sorprendente. Insomma, è stato un buon compromesso per la mia laurea che mi ha fatta sentire bella e sicura di me, senza temere di essere giudicata per il mio make up.

Guest photo!

A proposito di Top Meaning, questi sono gli unici due prodotti (oltre alla matita nera) che mia madre ha usato per il trucco del suo matrimonio, il 19 luglio 1986. L’ombretto credo sia di Deborah, o almeno la confezione è similissima, il rossetto…misteri della fede!

Review: Nivea Struccante Occhi Doppia Azione

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Poco prima di partire per la Tunisia mi sono trovata di fronte alla scelta dello struccante da mettere in valigia.
In un primo momento avevo optato per l’Olio 1000 usi di BeChic, che utilizzo con soddisfazione ormai dall’estate. Tuttavia, la piccolina di mio cugino, che ha quasi due anni, decise di giocare a “a fare la spesa” coi miei prodotti da bagno giusto un paio di giorni prima della partenza. Risultato? Tappo dell’olio andato perduto chissà dove.
In realtà l’olio ha l’erogatore che presenta una chiusura di sicurezza (girandolo verso destra non si riesce più a premere la pompetta), ma data la mia proverbiale sfortuna in queste faccende non avevo nessuna voglia di sfidare la sorte mettendo in valigia una possibile fonte di guai. Inoltre non mi andava nemmeno di travasare il prodotto in un altro flacone…

Così, decisi di fare un salto da Acqua e Sapone. Sono sincera: avevo arraffato la prima cosa in offerta notata, senza badare troppo alle caratteristiche del prodotto in sé. C’è da dire che, in linea generale, nessun struccante mi aveva mai dato problemi irritazionali, ergo non avevo grossissime pretese.

‘Sto Nivea è stato una delusione su tutti i fronti, una bruciante delusione, oserei dire, giusto per stare in tema.
Ma andiamo per gradi.

Il prodotto è contenuto in una confezione trasparente da 125 ml con tappo a scatto bianco: il tipico packaging di buona parte dei bifasici.
Il liquido è bicolor: azzurro nella parte superiore e trasparente in quella inferiore.

E già qui cominciano i problemi: ‘sto marrano non si mischia, se non dopo qualche minuto buono di shakeramento piuttosto violento. E, anche dopo aver ottenuto un liquido azzurrognolo, bisogna essere lesti a versarlo sul dischetto di cotone perchè, dopo pochissimi secondi, le due parti si separano. Acqua e olio, in pratica.

Dunque. Ammesso di riuscire a mescolare il prodotto e a evitare che questo si separi nuovamente – e, vi assicuro, non è per nulla cosa facile quando sono le due di notte e si ha solo voglia di dormire – si giunge finalmente alla fase struccaggio.
Avrei potuto fare una review di questo prodotto utilizzando semplicemente due parole: BRUCIORE INTENSO.
Ma, siccome sono una blogger sifaperdire seria, cercherò di allungare il brodo.

Spesso le confezioni sanno essere piuttosto ironiche con le loro etichette. Questa, in particolare, recita così: Ideale per occhi sensibili. Molto probabilmente, se così non fosse stato, mi sarebbero esplose le palle degli occhi, I think.
Il primo struccaggio è stato infatti traumatico: al passaggio del dischetto gli occhi sono diventati rossissimi, e mi sono scese pure le lacrime.  Manco a dirlo, mi sono rimasti gli occhi a palla per il resto della serata. Pareva che mi fossi fatta di crack.
Nei giorni seguenti le cose andarono migliorando, anche se il bifasico continuava a darmi quella fastidiosissima sensazione di bruciore: niente lacrime né rossori, è vero, ma un sentore di prurito sugli occhi che persisteva anche dopo essermi sciacquata il viso con dell’acqua tiepida.

Penso l’abbiate capito da sole: non consiglierei questo struccante a nessuno. E’ stato il primo prodotto a causarmi questi fastidi, perchè solitamente la mia pelle resiste a qualsiasi tipologia di maltrattamento cosmetico. Ora lo sto usando come struccante viso perchè non mi va di gettare una confezione che è pressoché piena, ma non vedo l’ora che finisca per non doverlo vedere più sulla mensola del bagno.

Vi lascio l’inci:

Voi avete provato questo prodotto?
Buon inizio settimana!
Tizy

Mayerling: Anatomia di un omicidio

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Finalmente mi sono decisa: ho intenzione di tenere una piccola rubrica libraria su questo blog. Non so dirvi se i post avranno una pubblicazione regolare oppure no, la mia idea sarebbe di riuscire a scriverne almeno uno al mese.
Ho deciso di lanciare una sfida a me stessa: voglio provare ad essere maggiormente costante nel blogging – scrittura e lettura – perché mi indispettisce parecchio non trovare del tempo da dedicarvici e mi rendo conto che, quando non scrivo, non ho una valvola di sfogo e sono più nervosa. Mettiamola così: mi ritrovo a pensare troppo a mio padre e alla sua pensione, e non faccio che accrescere la mia ansia senza poterla sfogare.
Oggi parliamo di una delle mie passioni di sempre, la storia, che mi accompagna da quando ero molto piccola e fa di me spesso una mosca bianca, poiché incontro davvero pochissime persone amanti dell’argomento. Divoro biografie e monografie come se fossero romanzi, e spesso le persone che non mi conoscono si chiedono se io passi tutto il mio tempo a studiare senza divertirmi praticamente mai. Ormai ho rinunciato a cercare di spiegare loro quanto mi diverta a leggere delle fughe di Sissi da Vienna, lontana dall’ambiente oppressivo della Hofburg.
Già, Sissi. O, per dirla elegantemente, Elisabetta d’Austria, resa immortale dai film di Romy Schneider, quei pipponi smielati che ogni anno la Rai ripropone a Natale.
Ho scoperto questo personaggio storico nel lontano 1998, quando per puro caso, sfogliando i giornali di mia nonna, trovai un articolo sul suo omicidio.
Sono sempre stata attratta dalla cronaca nera, fin da quando ero molto piccola, e la morte di Sissi non passò inosservata. Correva il centenario della sua dipartita – fu uccisa a Ginevra il 10 settembre 1898 dall’anarchico Luigi Lucheni – e persino i settimanali come Gente, Oggi e Chi le avevano dedicato qualche riga. Fu proprio in allegato con Gente che trovai la mia prima biografia su Sissi, che poi scoprii essere scritta da una delle più importanti studiose dell’argomento, Brigitte Hamann.
Non la lessi subito, ovviamente. Per un certo periodo finì negli anfratti della mia cameretta, finché i miei non mi regalarono la Barbie Sissi, col suo vestito dorato e i lunghi capelli marroni, che ancora conservo. Nella confezione c’era un libriccino che raccontava, in forma molto, ma molto edulcorata, la storia del fidanzamento di Sissi e Franz.
In appendice c’era una piccola timeline con le date salienti della vita di Elisabetta, e ricordo che rimasi molto colpita nell’apprendere della morte di due dei suoi figli: Sofia, a due anni, e Rodolfo, l’erede al trono, a 30 anni.
Così, vinta dalla curiosità, mi tuffai in quella biografia abbandonata che mi aprì un mondo, e mi appassionai talmente tanto al personaggio di Elisabetta d’Austria che, nel 2012, mi sono laureata con una tesi su di lei.

Avrei potuto inaugurare questa serie di post librari con quella biografia, ma ho deciso di parlarvi di un libro uscito ad ottobre – e già nelle mie grinfie – riguardante la misteriosa morte di Rodolfo, erede al trono d’Austria: Mayerling: anatomia di un omicidio, di Fabio Amodeo e Mario José Cereghino.


Il libro é edito da MGS Press, casa editrice triestina che é una fonte inesauribile di testi interessanti per noi appassionati di Asburgo e, in particolare, del periodo relativo al regno di Francesco Giuseppe (1848-1916).
Trieste, e in particolare il castello di Miramare, fu un luogo prediletto da Sissi durante le sue fughe da Vienna e il suo ricordo é ancora ben vivido nella cittadina.
Sottolineo che é possibile ordinare libri dal sito della casa editrice, molto celere e precisa nelle spedizioni.


“Mayerling, anatomia di un omicidio” è stato un volume attesissimo perché contiene le ultimissime rivelazioni sulla morte del principe ereditario.
Rodolfo fu trovato morto il 30 gennaio 1889 a Mayerling in un casino di caccia. Accanto a lui, il corpo senza vita dell’ultima amante, Mary Vetsera, neanche ventenne. Su entrambi i corpi, fori di proiettile.
Naturalmente, lì per lì si pensò di occultare il fatto: si trattava di un personaggio di grande importanza politica e ammettere un omicidio/suicidio poteva essere deleterio per la stabilità dell’impero. Inizialmente si pensò dunque di affermare che il principe era morto per un infarto, ma la menzogna durò poco, perché immediatamente iniziarono a trapelare notizie su proiettili, pistole e soprattutto su di un secondo cadavere, femminile. In più – e questo lo aggiungo io – vista l’abitudine dell’epoca di fotografare principi e regnanti sul letto di morte – sarebbe stato difficile spiegare un cranio bendato.
Ecco che quindi intervenne la ragion di stato e, ufficialmente, fu comunicato che il principe, da tempo in depressione e in uno stato di follia, aveva ucciso la sua amante e poi rivolto l’arma verso se stesso.

Ma andò davvero così?
In realtà fin dal primo momento iniziarono a girare versioni differenti sulla morte del principe ereditario, da quella del guardiacaccia geloso che avrebbe ucciso il principe ereditario colpevole di avergli circuito la moglie, da quella della vendetta del fratello di Mary Vetsera a quella, infine, dell’omicidio politico.
Gli autori del libro, con piglio giornalistico e, devo dire, molta obiettività, analizzano testimonianze, prove e documenti d’archivio – alcuni pubblicati per la prima volta nel volume – in modo da cercare di formulare almeno un’ipotesi plausibile circa la morte. La domanda portante del libro é: Se Rodolfo si fosse suicidato, a che pro far sparire tutti i documenti riguardanti sia l’omicidio che l’autopsia? Dopotutto, per garantirgli un funerale cristiano e la sepoltura nella cripta dei Cappuccini (dove da secoli venivano seppelliti i membri della casa reale asburgica) sarebbe bastato un comunicato ufficiale attestante la sua follia, poiché persino la Chiesa, all’epoca, sapeva che era una sorta di bugia di copertura e chiuse un occhio.
Ecco che si fa strada l’ipotesi dell’omicidio politico, i cui mandanti, purtroppo, sono ancora ignoti. Rodolfo d’Asburgo era infatti in completo disaccordo con il padre, Francesco Giuseppe, che propendeva per una politica di tipo immobilistico (era persino contrario alle innovazioni belliche che sarebbero potute essere utili all’esercito), mentre lui era un liberale e progressista, aperto anche a delle riforme di tipo politico. Rodolfo pubblicò, all’estero, anche diversi pamphlet in cui lanciava diverse accuse alla politica genitoriale, scritti che, probabilmente, diedero particolarmente fastidio ai membri del governo. Inoltre la polizia sapeva dei contatti del principe con ambienti piuttosto “loschi” ( tra cui, pare la massoneria), e della sua stretta amicizia con il principe Edoardo di Inghilterra, figlio della regina Vittoria. Francesco Giuseppe stimava la regina, ma guardava con sospetto la Gran Bretagna perché emblema di libertà, quella stessa libertà che lui non era disposto a concedere ai sudditi del suo impero, troppo grande e troppo multietnico e quindi difficile da governare.

Probabilmente gli storici non conosceranno mai le vere circostanze sulla morte dell’erede al trono asburgico. Resta emblematica una frase pronunciata dal padre al momento del ritrovamento del corpo: “Qualsiasi cosa é meglio della verità“.

Le Torte di Giada

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Bellezze mie,
Il weekend è ormai alle porte e io voglio augurarvi un bel fine settimana con un post…dolce.

Niente trucchi, per oggi. Ho intenzione di diradare un po’ le recensioni, in favore di altri post meno frivoli, passatemi il termine.
I libri mi osservano minacciosi dalla libreria e paiono dirmi: “Cara Tizy, se ci ami così tanto, perchè non parli mai di noi?”. Hanno ragione pure loro anche se, devo dire, ho sempre timore di risultare banale.
E sì: voglio parlare anche di fatti miei. La scrittura mi aiuterà ad incanalare le emozioni, in particolare lo stress da esami. Quante siamo in piena sessione settembrina/tesi? Suuuuu le mani!
Se penso che quello che verrà sarà il mio ultimo anno di università, e che poi entrerò ufficialmente nel fantastico mondo dei disoccupati…HALP.

Dicevo, parliamo di cose dolci e zuccherose.
La protagonista del mio post è Giada, una cake designer che è un’istituzione a Brescia.

Giada Farina, si diploma Maestra D’Arte nel 2000, e da sempre nutre una passione smodata per l’arte ,l’antiquariato, e la cucina. Dopo aver completato gli studi, lavora nel campo della progettazione, che le risulterà utile nella realizzazione delle torte a piani e monumentali, ma affascinata dal mondo della pasticceria e della decorazione in pasta di zucchero frequenta i professionisti della Sugar Art American Style, dove apprende i trucchi del mestiere e affina le sue già brillanti capacità. Giada Farina oggi è una professionista del settore e si dedica con passione al cake design progettando e decorando, nel suo laboratorio a vista, nel centro di Brescia. Giada Farina dal 2012 collabora con De Agostini e Mondadori per la rivista a fascicoli settimanali Crea e Decora i tuoi dolci e con Disney Italia.

Ho scoperto “Le torte di Giada” per caso, passeggiando per corso Mameli una sera di quanto..un paio di anni fa?
Non ho notato subito il negozio, a dire il vero: in quella via non c’è mai stato alcun negozio interessante, è una strada che collega le due piazze principali del centro. Punto. Ci si passa a corse quando si è in folle ritardo per le lezioni universitarie, ecco tutto.
E’ stato un lampo. Il mio subconscio si è accorto di una nuova presenza,  i miei occhi no. Sapete come vanno le cose, no? Passo – passo – passo – flash – ohmioddiocosahovisto – ritorno.  Ed eccolo lì, un negozietto dall’insegna lilla, con a lato il laboratorio a vista e, poco più in là, un locale da esposizone. Ancora ricordo cosa stava in vetrina: una torta a più piani ispirata al lungometraggio Disney “Fantasia”.
DOVEVO ENTRARCI. Peccato solo che fosse, in quel momento, chiuso.

Giada al lavoro nel laboratorio a vista!

Sera successiva, ore 21. Figuriamoci se io non sono in appostamento davanti al negozio: quando ci sono squisitezze la Tizy è sempre in prima linea!
Immediatamente mi sono sentita come a casa mia: il bello di questa pasticceria è la calorosa accoglienza che riservano ad ogni cliente, dal più piccolo al più anziano, e ci sono anche tante coccole per gli amici a quattro zampe!
Io ho fatto subito amicizia con la mamma di Giada, una signora super simpatica e alla mano: una chiaccherona come la sottoscritta che si sofferma sempre a scambiare qualche parola con tutti. Avevo progettato, come regalo di laurea, un viaggio a Disneyland Paris: era stata talmente gentile da fornirmi i dati per un alberghetto poco distante dal parco.

E poi loro. I muffin. Dei signori muffin! Non solo belli fuori, ma pure buoni dentro. Spesso si pensa che questi prodotti così elaborati nascondano un’anima insipida. Qui, da Giada, no. Lei coniuga la bellezza delle decorazioni a dei sapori ricchissimi e genuini.  Un morso, ed è subito dipendenza. Sul serio!

I miei ricordi più “dolci” dell’università sono legati proprio ai muffin di Giada.  Era un rituale, quando frequentavo la triennale e scendevo al mattino a studiare in biblioteca,  fermarmi da lei e comprare un paio di cupcake per me e la mia amica: una sorta di incentivo a studiare di più. Assaporare quelle squisitezze in giardino, magari in primavera, sotto i raggi di un tiepido sole ci faceva in qualche modo sentire in pace col mondo. E, per un quarto d’ora, pure invincibili. Poi beh, le materie son quelle che sono: nemmeno Giada può far miracoli e farci piacere determinate cose! 😉

Ovviamente non potevano mancare nel giorno più importante della mia vita, la laurea. Ho lasciato carta bianca a Giada perchè mi fido moltissimo della sua creatività – e più avanti vi mosterò perché – e lei mi ha creato una serie di Muffin che, accostati, formavano la scritta “Letteratura”, più uno speciale tutto per me con un grande fiocco giallo sopra.

I muffin – inteso come la “base” del cupcake – hanno due gusti: pan di spagna con gocce di cioccolato e cioccolato. Ciò che li rende speciali, naturalmente, è la cremina che c’è sopra. Ci sono davvero tuuuuuuuutti i gusti: dai classici fragola, cioccolato, limone fino a quelli più elaborati.  La mia preferita è la copertura al ciocco-menta: ho un debole per questo gusto, mangio tantissimo anche il gelato all’After Eight.
Le decorazioni sono molto varie, spesso a tema. Giada è una ragazza estremamente fantasiosa e le serie di muffin variano da un giorno con l’altro: se non si deperissero, varrebbe la pena collezionarli!

(Dalla pagina FB di Giada)

(Dalla pagina FB di Giada)

(Dalla pagina FB di Giada)

Solo muffin da Le torte di Giada? Naturalmente no!
A parte torte spettacolari, da lei trovate Macarons di tutti i gusti e i celebri Cake Pops, palline di “torta” (passatemi il termine: presente il ripieno della Kinder Delice? Ecco, uguale, solo più buono!) ricoperti di cioccolato. Anche loro, naturalmente, spesso a tema!

(Foto dalla pagina Facebook di Giada)

Fragolosità!

(Dalla pagina Facebook di Giada)

(dalla pagina Facebook di Giada)

Amiche mie, vi ho convinto a venire a fare un girettino in quel di Brescia e a mangiare queste squisitezze? Che ne dite, il prossimo raduno blogger lo facciamo qui? Con una bella merenda da Giada?

Contatti
Sito ufficiale de “Le torte di Giada” (LINK)
Pagina Facebook de “Le torte di Giada” (LINK)
Twitter de “Le torte di Giada” (LINK)
Instagram de “Le torte di Giada” (LINK)

PS:
Per chi di voi fosse interessato, Giada organizza anche dei corsi di Cake Design per grandi e piccini! ^-^

Foto a Random!!!!!!

(Foto dalla pagina Facebook di Giada)

Una delle tante iniziative di Giada: la macchina viene parcheggiata in diversi punti della città. Chi trova e fotografa l’auto vince una cover per lo smartphone!

(Foto dalla pagina Facebook di Giada)

Io che rovino tutto il post col mio faccione

Guarda Mistero responsabilmente

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Sapete che cosa inizia questa sera? Bingo! Mistero!

 
 
Che cos'è Mistero? É un programma trashissimo di informazione pseudo-scientifica (la fonte é Wikipedia, mica banane) in onda su Italia Uno ormai dal lontano 2009. Nato sulla falsariga di Voyager, condotto da un ormai più che discutibile Giacobbo, se ne distanzia notevolmente per l'abnorme presenza di reietti della tv che lo conducono (francamente, qualcuno sapeva dove fosse finito Bossari?) e per gli argomenti ai confini della realtà.
Se, e dico se, il povero Giacobbo tenta di dare un senso ai suoi servizi suffragandoli con manuali scritti da lui o da un qualsiasi cristiano munito di laurea, Mistero non bada alle fonti – in francese: se ne sbatte una beata minchia – e manda in onda qualsiasi stronzata notizia pervenga in redazione, dall'alieno con manie di protagonismo casualmente inquadrato da una telecamera alla signora che si attacca le padelle e i ferri da stiro al corpo come un gigantesco magnete, da quel disgraziato del fumettista della Marvel che evidentemente non ha niente di meglio da fare che vendersi al National Geographic per fare dei servizi pallosissimi puntualmente riciclati da Mistero, all'ormai celeberrimo gnomo armato di ascia.


Naturalmente io faccio parte dello spettatore medio che ogni settimana non scolla gli occhi dalla tv. E dall'ipad. Si, perché Mistero non esisterebbe senza Twitter, o meglio sarebbe stato cancellato alla stagione numero due. Questo programma, visto senza l'ausilio di un dispositivo collegato al social network, suscita un'immensa pietà mista ad incazzatura, dato che ultimamente ha preso la simpatica abitudine di mandare in replica duemila volte lo stesso servizio. Il fascino di Mistero deriva, oltre che dal suo essere la quintessenza della stronzata, dai commenti che gli spettatori lasciano su Twitter. É una gara all'ironia più becera, una gara all'ultimo retwitt. Ma sono anche risate fino al mal di pancia.
Noi del #TeamMistero (questo l'hashtag che dovrete digitare, qualora vogliate entrare in contatto con noi) siamo profondamente odiati dai ragazzini che, ogni mercoledì, vedono i loro beniamini One Direction, Bieber e compagnia andante scalzati da #Mistero, che svetta come una cima innevata in un mare di letame. Puntualmente, infatti, la homepage di Twitter si fa silenziosa ad esclusione di qualche impavido che, in preda allo sconforto, prova a pigolare: “Ma Mistero é una merda!”.

C'è da dire che l'idea di fondo non era malvagia: a chi non piacciono le storielle misteriose di fantasmi, alieni, i luoghi un po' esoterici? Si trattava, nel 2009, di un misto di super Quark e Voyager con qualche intermezzo comico. Tra l'altro all'epoca conduceva Enrico Ruggeri che, con la sua voce calda e vibrante rendeva tutto credibile, oltre a creare attorno al servizio quell'atmosfera un po' osé da porno anni Settanta. Guardavi Mistero e ti dicevi: “Ah, Enrico, con quella voce puoi dire di tutto, anche che il papa ha ballato la lap- dance in giarrettiere fra le colonne del Bernini“.
Poi…é arrivato Raz Degan, misterioso essere noto agli italiani solo per essere il compagno fedifrago ed aspirapolvere di Paola Barale. E li non si é capito più un accidente. Si, perché se prima guardavi Mistero con disinteresse, magari sfogliando nel contempo Novella 2000 o spulciando le foto su Facebook di quella zoccola che non si capisce come mai non é ancora andata a rimpolpare Puttanopoli ad Arcore ma sta ancora in mezzo al cazzo al tuo paese (in tutti i sensi), riuscendo comunque ad afferrare il senso del discorso, con Raz non potevi fare altro che guardare la tivvù. Solo una cosa si intendeva chiaramente “MISTERA!“, seguita da una risata sguaiata tendente al satanico. E qui emerge il mio solitario gene leghista, retaggio montanaro, che mi fa dire: “Raz, tesoro? Sei qui in Italia da vent'anni, possibile che tu non sappia articolare una frase che sia una in italiano?”. Naturalmente no. Una frase tipica in chiusura di servizio era, spesso e volentieri, una cosa del tipo: “Ma li ufi esistana o non esistano? MISTERA! AAHHHAHHAHHAHHAHAH“.


Recentemente, la redazione ha promosso tutti quanti al rango di conduttori, cosicché si é venuto un bestiario medioevale che val la pena enunciare.

1) Daniele Bossari (conosciuto su Twitter come #Danielo aka #Pampers): chi è stata giovine come me negli anni Novanta si ricorderà sicuramente che questo bel faccino conduceva Fuego, un programma musicale pomeridiano. Ricordo una discreta cotta nei suoi confronti, ma avevo 10-11 anni e all'epoca il mio cuoricino batteva per i biondini. Adesso Danielo è cresciuto e fa il conduttore. Il poverino viene spesso mandato in spedizione nelle cripte, da cui riemerge fortemente traumatizzato. Non è raro che il disgraziato discenda negli inferi e, trovandosi faccia a faccia con qualche teschio di shakespeariana memoria, inizi ad urlare “Cazzo! Cazzo! Porca Puttana! Teschi! Ossa! Teschi! Ossa! Cazzo!“, in un loop che occupa circa i tre quarti del servizio. Sono attimi di grande tivvù.


2) Andrea G. Pinketts: secondo Wikipedia grande esponente della letteratura noir, secondo il #TeamMistero molto probabilmente ha deciso di sputtanarsi la carriera finendo come inviato a Mistero. Dotato di un irritantissimo e marcatissimo accento milanese, è un inviato multi-tasking, anche se ultimamente viene spedito in paesini italiani in cui si sono verificati avvistamenti ufo. Grondante di whisky dall'inizio alla fine del servizio e munito dell'immancabile sigaro, egli introdurrà il servizio riciclando in pieno tono bauscia milanes pezzi dei suoi libri. Non sempre è garantita la lucidità.


3) Marco Berry: direttamente dalle Iene, è il David Copperfield della mutua. Di questi tempi si diletta a fare numeri di magia, grazieaddio alla fine della puntata, in cui con la scusa di elargire doni fa il provolone con qualche bella pulzella del pubblico. Non mancano, tuttavia, sporadici servizi pure per lui.
 

4) Jane Alexander: ha più palle dei tre uomini qui sopra messi insieme. La sua specialità è strisciare nei cunicoli delle grotte. L'anno scorso era affiancata da Paola Barale, ma la tensione tra le due era palpabile. Misteriosamente, la Barale è sparita, probabilmente soffocata dalle palline da ping pong di botulino che aveva nelle guance.
 

5) Nicole Pelizzari: chi l'ha detto che in Italia non si assumono più ggiovani? Ragazza pescata dal pubblico a casa da un paio d'anni, ha uno sguardo perennemente terrorizzato 24h su 24. Di tutto il bestiario, insieme a Jane forse è la più credibile.


I 5 Power Rangers sono affiancati da losche figure che compaiono qua e là nella puntata, a seconda dell'utilità.

1) Pablo Ayo è l'addetto agli ufo. Gli spettatori da casa, con evidente voglia di presa per il culo, gli inviano filmati di strani avvistamenti alieni. Nove volte su dieci (ma anche dieci volte su dieci), l'alieno è talmente falso che si vedono i fili che lo fanno muovere a mo' marionetta. Con altrettanta percentuale, si può notare nelle fotografie l'ufo incollato con paint. Per salvare la faccia, il buon Pablo utilizza la fatidica frase: “Questa foto non ha convinto la redazione che l'ha analizzata: trattasi di un fake.

2) Daniele Gullà ha invece a che fare con i fantasmi. Superfluo dire che, il più delle volte, trattasi di macchie indistinte nelle fotografie o di rutti in un microfono. Lui, però, ha diritto anche a servizi personali: ogni tanto lo ficcano ad cazzum in qualche castello, munito di strani macchinari e della Banda Bassotti, pronto a monitorare la possibile presenza sovrannaturale. Come da copione, solitamente l'indagine si conclude con un buco nell'acqua.

3) Adam Kadmon è sicuramente il mio preferito. Un misto tra un cavaliere templare, un master sadomaso e una brutta copia di Di Caprio, è il complottista della situazione. Costretto, a suo dire, a celare la sua vera identità dietro ad una maschera di ferro, espone le sue teorie in una cella da Santa Inquisizione. Noto su Twitter come #AdamKakka, ad ogni puntata terrorizza lo spettatore individuando complotti mondiali persino nella lettiera del gatto.

4) Rachele Restivo è la bella figa della situazione, immancabile in un programma Mediaset. Fino alla penultima stagione aveva il ruolo dell'oracolo: ovvero, avvolta in un manto trasparente e sotto una pioggia di coriandoli dorati, come un cotechino il giorno di Natale, blaterava frasi fatte senza senso, prontamente rubate da Fabio Volo per uno dei suoi libri. Recentemente, l'hanno messa davanti ad un fondale rappresentante il ponte di Brooklyn ad introdurre i servizi rubati al National.


I servizi di Mistero – l'avrete ormai capito – coprono tutto lo scibile cazzaro. Il programma ha dato il suo meglio nella frenesia pre-apocalittica dei Maya: una gara all'ultimo sangue con Giacobbo su chi riusciva a scovare l'ultimissima teoria catastrofista. Grazie a Mistero, ho capito che non solo siamo odiati da alieni e gentaglia del passato, ma pure dalla Madonna che, apparendo in vari luoghi disseminati nel pianeta, annuncia soltanto disgrazie. Amen.I Maya ormai son passati, ergo che rimane? Alieni, Fantasmi, Templari (a volte tutti e tre insieme) e Madonne. E mummie, teschi e cimiteri. Mi piacerebbe sapere che fine ha fatto quella signora che, in lacrime, nel 2009 ammise davanti ad uno sghignazzante Ruggeri di essere stata messa incinta dagli alieni più volte e di aver subito pure un aborto. Mostrando, che velodicoaffà, l'immagine di un coniglio morto senza orecchie. Di tutt'altra leggiadria era la ninfomane aliena, che sosteneva di fare sesso con gli alieni e di incontrarli a suo piacimento, salvo poi dire ad uno sconcertato #Danielo che gli alieni non volevano mostrarsi davanti alle telecamere. Timidoni!


Caro Mistero, io te la butto lì: assumimi! Ho una laurea in lettere, mi sto specializzando in storia e mi piacciono le cazzate. Non ti manca una storica nel tuo team? Eventualmente, ho pure un bel paio di tette, quindi posso mettermi a ballare la macarena dietro l'oracolo. Caro Mistero, sappilo: con la mia laurea, o do via il culo o faccio l'inviata da te, visto l'andazzo in Italia. Ricordati le mie parole, altrimenti vado da Giacobbo.Mi accontenterei di mansioni minori: che so, reggi-bottiglia/sigaro a Pinketts, asciugatrice delle lacrime di #Danielo versate durante le sue pericolosissime scorribande nelle cripte. Non so usare photoshop, ma se vuoi catturo qualche frame di The Sims 3 con alieni e fantasmi, così dai lavoro anche a Ayo e a Gullà, che sembra un fantasmino pure lui.
 

Lovea: Gel Detergente All’Argilla Bianca

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Chi mi legge da tempo ormai avrà le palle di Natale piene delle mie battaglie contro i brufoli. Ciò che mi trattiene, di questi tempi, dal strapparmi via la faccia è 1) avere un moroso che mente spudoratamente dicendo che sono bellissima 2) essere troppo pigra per fare qualsiasi cosa tranne  mangiare e dormire.  A proposito di cibo. Sì. Dovrei evitare di mangiare porcherie. Sì. Dovrei evitare cinese, cibo greco e Mec. Sì. Dovrei evitare salumi e formaggi. Lo faccio? Naturalmente no. La vita è breve e va vissuta, e francamente sono fin troppo stressata per università e pensione di papà per evitare qualcosa che adoro ma che mi fa – a volte – uscire una valanga di brufoli. E poi, non so voi, ma io se non mangio divento cattiva. Se dovessi ficcarmi a dieta, ammazzerei qualcuno nel giro di due giorni.
Comunque, ad essere sincera, solo i salumi mi fanno un bruttissimo effetto, ed è un’intolleranza che risale all’infanzia. Mi basta mangiare anche due fette di prosciutto per sentire immediatamente la pelle tirare e bruciacchiare, con conseguente eruzione di bozzi schifosi. Indi per cui cerco di limitarmi nell’assunzione di affettati, ma capirete pure voi che se apro il frigo e mi ritrovo sotto al naso il salame nostrano col suo profumo di montagna è difficile resisterci. E poi, da formaggiaia quale sono, volete non accompagnare ad una bella fettona di formaggella un paio di fette di salame grosse come ruote da carro?
Ora qualcuno potrebbe giustamente obiettare: “Visto che te le vai a cercare, che ti lamenti a fare?”. Giusto. Giustissimo. Ma io invece rispondo: lamentarsi è il sacrosanto diritto di ogni donna. Anzi, dirò di più: io ho la brontolosità nel sangue. Per dirvi i livelli: sabato notte ho fatto la sonnambula. Mi sono messa a sedere nel letto ed ho iniziato a sbuffare e a lamentarmi. Nel sonno! C’è qualche possibilità che io non mi lamenti da sveglia? Dubito.

Ordunque. Appurata la mia sconfinata pigrizia, vi dico cosa vado cercando ormai da quasi un anno: un prodotto che mi ripulisca la faccia senza che io debba rinunciare a qualcosa. E, devo dire, che questo risultato l’ho ottenuto (o meglio, avevo ottenuto) con il detergente all’argilla di Lovea. Facciamo un passo indietro. Un paio di mesi fa è avvenuta la famigerata Bloggers Reunion della quale, essendo io una stronza smemorata, non ho più ringraziato (Denkiu Jess, Drama, Manu & Violet!). Durante il nostro girovagare per negozi, con il moroso alle calcagna che stava per morire di noia e secondo me meditava pure di fucilarmi, siamo capitate in un gigantesco OVS, che aveva un altrettanto gigantesco reparto di prodotti per l’igiene personale.
A dire il vero, non avrei dovuto acquistare alcun detergente/crema/maschera, perchè stavo utilizzando i prodotti Avene, ma si sa che sono una donnina che non presta poi troppo fede ai buoni propositi.
C’è stato un immediato feeling con questi prodotti. Probabilmente passerò per matta, ma solo osservando il packing ho provato un moto di fiducia. Vuoi per la confezione verde che ispira naturalezza, vuoi per la presenza di argilla, vuoi per la confezione scritta quasi completamente in francese che mi ha trasmesso professionalità (vivo nella malsana convinzione che all’estero producano detergenti migliori rispetto a quelli italiani). E soprattutto vuoi per il prezzo irrisorio: 3,99 euro per 150 ml di prodotto. In ogni caso, questa volta il mio istinto ha fatto centro.

Lovea Gel detergente all'argilla

Partiamo dal marchio. Inizialmente, credevo fosse un marchio nuovo, mai visto in Italia. Poi, spulciando sul sito, mi sono ricordata di alcuni vostri post sulle creme solari bio in circolazione: di lovea, qui da noi, fino ad ora erano arrivati i solari, per lo più nelle Coin. Lovea è, dunque, un marchio quasi bio, che propone prodotti con almeno il 95% di ingredienti di origine naturale, senza parabeni e robaccia varia, a prezzi comunque abbordabili (qui potete leggere i propositi Lovea).
Il marchio propone diverse linee – viso, capelli, olii, solari, creme corpo, docciaschiuma – tutti acquistabili dal sito che, tuttavia, non dice il costo di spedizione all’estero. Non capendo un’acca di francese, rimando a qualcuno di più competente l’ardua sentenza.

In Italia, dunque, Lovea sta iniziando la distribuzione della linea Facial Care, consta di 6 prodotti: il detergente viso, pasta all’argilla verde multiuso, maschera purificante all’argilla verde, maschera purificante all’argilla rosa, maschera purificante all’argilla gialla, argilla verde. Il prezzo è, per tutti i prodotti, di 3,99 euro, anche se dal sito si potrebbero acquistare per 3,70 euro.
Dove li potete trovare? Eh, bella domanda. In teoria OVS avrebbe l’esclusiva del marchio, in pratica ancora si fa fatica a trovarli. Da me a Brescia, ad esempio, non c’è neppure l’ombra.

Il packing del detergente è davvero molto semplice e classico, tipo tubetto di maionese (Sì, sono le quattro del pomeriggio e sto pensando a delle tartine), interamente in materiale reciclabile.
Il prodotto ha consistenza simil gel, di colore bianco, dall’odore quasi di menta. Si tratta di un detergente davvero molto fresco: la piacevole sensazione non la si ha solo al momento dell’utilizzo, ma persiste anche per due o tre ore. Ciò che mi piace davvero di questo prodotto è l’estrema sensazione di pulizia. Non credo mi sia mai capitato, prima, di provare un prodotto simile: di solito la sensazione era solo un millantamento delle pubblicità. Risulta davvero piacevole sciacquarsi il viso con questo prodotto, non c’è che dire, e penso che in estate la sensazione sia ulteriormente accentuata.
Stando all’etichetta, il prodotto è adatto a qualsiasi tipo di pelle, tuttavia mi sento di sconsigliarlo a chi ha la pelle sensibile. Ha un grandissimo potere astringente, ma devo dire che durante i primi due giorni dell’utilizzo mi ha spellato un po’ la base del naso. Niente che, comunque, non si sia risolto con un po’ di crema idratante.
Passati i primi due giorni – per così dire – di adattamento, la pelle ne trae notevoli benefici. In circa un mese e mezzo di utilizzo, mattino e sera, ho visto i miei brufoli ridursi da orrendi bubboni a puntini rossi, e ho notato che la mia pelle tendeva a non produrre più così tanto sebo come prima. Una manna dal cielo, insomma, peccato che due settimane fa l’abbia terminato e che la mia pelle abbia ripreso le sue cattive abitudini. In ogni caso, la santissima Fidya ha detto che me ne reperirà un paio e me li spedirà! Così finalmente potrò farvi una review decente sulla mia skincare.
Qui di seguito vi lascio l’inci!
Un bacio grande!

Lovea Gel detergente all'argilla INCI

Caratteristiche Generali

Prodotto: Detergente all’argilla

Marca: Lovea

Prezzo: 3,99 euro

Quantità: 150 ml

Scadenza: 24 mesi

Reperibilità: OVS

P.S.
Misato mi fa notare che il profumo si trova in postazione abbastanza alta nell’INCI, per qualcuna di voi forse potrebbe essere un problema.

Amicizia tra Bloggers parte seconda: grazie Arim!

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Nel post precedente vi dicevo di quanto fossi sorpresa della possibilità di farsi delle amicizie e di conoscere persone simpatiche attraverso il blog.

Ebbene, Arim é proprio una di quelle ragazze conosciute qui, alla quale sono particolarmente affezionata perché é stata una delle primissime a darmi fiducia. Lo dicevo anche nel famoso post precedente: adoro leggerla, e a volte mi spiace di non aver tempo per commentare. Il nostro rapporto é un pochino più continuativo da quando, per fortuna, ha deciso di approdare su Twitter e su Facebook, e su quest’ultimo in particolare ci sentiamo davvero molto spesso.

Facendo un piccolo passo indietro: ormai lo sanno pure i muri, ma io volevo disperatamente provare quei dannati ombretti Astra, di cui tutti decantano le qualità e dei quali nessuno si lamenta. Qui a Brescia, solitamente super fornita di make up, di quei gioielli makeupposi nemmeno l’ombra.

Un bel giorno, la dolce Arim mi contatta su Facebook, dicendomi che il negozio vicino casa sua era sempre super fornito di prodotti astra, proponendosi di acquistarli per me. I miei occhi si sono illuminati stile albero di Natale davanti a tanta gentilezza, e dopo un paio di giorni ecco che mi arriva l’agognato responso: gli ombretti astra erano nelle sue mani, pronti a partire.

Settimana scorsa, per puro caso, guardo giù dal balcone, verso le cassette della posta, per vedere se era arrivato il pane, e cosa vedo? Un pacchettino marrone, in bella vista, abbandonato alle intemperie (quel giorno non pioveva, c’era proprio il diluvio universale) e soprattutto alla mercé di chicchessia. Tralasciando le ingiurie che ho tirato contro quell’idiota della mia postina – illuminatemi, esiste un postino che sappia fare decentemente il suo lavoro???! – sono corsa a perdifiato giù per le scale, rischiando di travolgere mia nonna che stava sopraggiungendo con un piatto di cotechino.

Spacchettato il prezioso malloppo – manco stessimo parlando di lingotti d’oro, eh! – ecco cosa mi sono trovata davanti:

I tanto agognati ombretti cremosi astra, in quattro stupende tonalità: lo 02 rosa, lo 04 verde smeraldo, lo 05 azzurro elettrico e infine lo 06 viola. Completavano il pacchettino due smaltini (debby color play 55 e ever 58), assoluta sopresa per me, e una dolcissima lettera, tenerissima, che voglio riproporvi:

Inutile dire che gli ombretti sono stati immediatamente swatchati, e quindi eccoli qui, nel pieno della loro bellezza (ho già detto che li amo?): sopra sono sparaflashati e sotto alla luce naturale.

Immediatamente ho usato il rosa, che ho indossato sia il giorno successivo al ricevimento del pacco che sabato, a Milano. Posso dire che l durata é davvero ottima: non ho dovuto ritoccare l’ombretto dalle 6:30 del mattino fino alla sera a mezzanotte, a differenza di eyeliner e matita occhi che se ne erano andati allegramente per i cazzo loro causa pioggia.

Infine, per la prima ed ultima volta – credo – voglio mostrarvi il trucco realizzato il giorno successivo al ricevimento del pacco. Premetto che sono una gran pasticciona, quindi nell’applicazione di ombretti e quant’altro non sono nient’affatto precisa come lo siete voi, quindi perdonatemi!

Come primer ho usato il primer Essence per i pigmenti, ma in minima quantità, in quanto per applicare al meglio questi ombretti é necessaria una base asciutta (dovrò provare a fare la base con una matita occhi). Successivamente, non avendo molta manualità, ho applicato con un pennello sottile due strati di ombretto cremoso, aspettando che lo strato inferiore si asciugasse per bene prima di applicare l’altro, onde evitare macchie di colore. Infine, quando anche il secondo strato di é asciugato, ho fatto una linea di eyeliner con la matita di Neve color bosco, nella rima interna dell’occhio ho applicato la mia adorata Vibrant di Kiko, completando il tutto con un po’ di mascara, lo Scandaleyes Show Off di Rimmel. Ecco il pietoso risultato:

Che altro dire? Grazie Arim!! ❤

Varie ed Eventuali (ovvero riassunti di tediosi avvenimenti)

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Mi sono scaricata una applicazione bellissima per bloggare, qualche giorno fa. Si chiama Blogsy, e attualmente è una delle migliori in commercio per chi ha un blog, sia per lavoro che per hobby. Da tempo cercavo qualcosa con cui scrivere comodamente su WordPress dall'ipad, perchè trovo l'applicazione originale scomoda: tralasciando il fatto che posso vedere, in notifica, solo i commenti che mi lasciate sul blog ma non quelli di risposta a commenti che ho lasciato su altri blog wordpress, l'interfaccia di scrittura è davvero impossibile per me che poco so dell'HTML, e le opzioni di modifica del post sono davvero molto ridotte. Così, cerca che ti ricerca, ho trovato Blogsy, compatibile sia con Apple che con Android (IOs è Android?), che semplifica davvero un sacco la vita, perchè permette di adatte a pescare file immagini da tutte le piattaforme e da tutti i social a cui si è iscritti, oltre che naturalmente attingere alla memoria dei dispositivi, semplicemente con un click. Una volta trovata l'immagine interessata, basta trascinarla nel box di scrittura e il gioco è fatto, poichè si può ridimensionare a piacimento. Immagini a parte, la personalizzazione del post è pressochè illimitata, perchè consente pure la personalizzazione del font, cosa impossibile su wordpress. Costa 3,99 euro, ma sono soldi spesi molto bene, almeno per quel che mi riguarda. Dimenticavo di dirvi che Blogsy è compatibile con le maggiori piattaforme di blogging, tra cui ovviamente Blogger. Vi lascio il link su cui potete andare ad informarvi meglio su quest'applicazione, visto che la sottoscritta non è molto ferrata sulle tecnologie.

Venerdì è arrivato pure il mio primo sospiratissimo ordine di Neve. Il CatBuki è decisamente entrato a far parte nell'empireo dei miei oggetti feticci: così piccino, così morbido, così dannatamente puccioso. Anche il mio gatto ha gradito l'acquisto, infatti per ben tre volte ho salvato il povero pennellino dalle grinfie di PonPon che, convinto di non esser visto, stava per agguantarlo e portarselo sotto al letto, al riparo da occhi indiscreti.

Sabato sera, invece, ho voluto sperimentare un trucco sobrio utilizzando tutti i miei nuovi prodottini (matita bosco esclusa): Ombra di Luna diventerà uno dei miei ombretti universitari, ho deciso. Conferisce una bella ombreggiatura rosata sull'occhio, illumina lo sguardo senza farmi sembrare una lampada da tavolo e sopratutto è facilmente modulabile. Che cavolo, ho sempre avuto un sacco di problemi con i pigmenti! Sono l'uni a demente sulla faccia della terra a non sapere come stendere decentemente un pigmento? Vi prego, ditemi che almeno una di voi ha avuto difficoltà, così mi sento meno sola.

Questo è ciò che ho ordinato oltre al pennello: matita pastello color bosco e cipria Hollywood. Il blush Sailor Moon mi è stato dato in omaggio. Potevo io, da grande fan di Sailor Moon, non richiedere quel blush? Sapevo che me l'avrebbero mandato: fra poco esce fuori produzione e probabilmente dovranno smaltire le mini taglie.

Ah, dimenticavo. Sono riuscita a trovare uno degli smalti Layla, in edicola con Chi. Ho avuto molta fortuna, perchè si trattava del verde/blu/nonsochecazzodicoloreè che volevo. Ecco qui un piccolo swatch! XD

A domani con post meno banali e più sensati! È mezzanotte e il sonno inizia davvero a farsi sentire.

 

Lo smalto della settimana: 38 Choose me!

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Mi sono accorta, poco fa, che è circa un mesetto che non vi parlo di smalti. Così, ho deciso di inaugurare settembre con uno smalto che ho riscoperto al mio rientro delle vacanze: si tratta del 38 Choose Me! di Essence
Ormai ho toccato la soglia dei 120 (130?) smalti, credo, quindi è normale che periodicamente mi scordi di ciò che possiedo, nonostante siano tutti ben divisi in tre scatole: una per la Essence, una per la Kiko, e una per le altre marche. A dire il vero, ci sono quei 4-5 smalti costosi che troneggiano nel ripiano più alto della libreria: si sa mai che al gatto venga in mente di giocare a bowling con il mio Opi e il mio Chanel…..

Al rientro dalle vacanze, dopo un mese di colori nude e raramente dei rosa (lo so, colori alquanto banali, ma quando si sbeccano si nota meno ed in vacanza non è che avessi molta voglia di ritoccarmi lo smalto), avevo una gran voglia di un colore appariscente, di qualcosa che facesse sberluccicare le mie mani e le mettesse in risalto. Rovista rovista, mi sono trovata per le mani questo smaltino, di cui avevo completamente dimenticato l’esistenza. Ed è stato subito coup de foudre. 

Allora. Nota dolente: non so definire di che colore sia. Sarà che in fatto di colori ho la proprietà linguistica di un pellicano: il mio universo colorato è molto basic, si limita a “rosso” “blu” “verde”, eventualmente “scuro” “chiaro”.
Quindi: di che colore è questo smalto? E’ una sorta di blu pavone con un po’ di verde, in cui sono contenuti dei micro-glitter dorati. Il dramma è che è pure difficile da fotografare, a seconda della luce tira di più al verde o al blu, come vedrete nelle foto successive.
Il pregio di questo smalto è indubbiamente la durata: a me, che solitamente gli smalti non durano più di 3 giorni senza sbeccarsi, questo 38 Choose Me ha resistito ben una settimana. Sì, avete capito bene: una settimana e per giunta senza top-coat. Miracolo? Probabile. Comunque aggiungo anche che ho lavato i piatti soltanto una volta, e di solito il detersivo dei piatti è molto corrosivo. 
La stesura è piuttosto semplice, perchè è denso il giusto, e quindi il pennello scorre che è una meraviglia sull’unghia. Tuttavia, per avere un buon risultato omogeneo è necessario dare due passate, soprattutto se odiate vedere la lunetta far capolino da sotto lo smalto, come la sottoscritta. La rimozione è altrettanto semplice, i glitter non la ostacolano per nulla. 

Vi lascio due foto dello smalto steso, scattate ad orari diversi per far vedere la differenza di colore a seconda della luce.

 

 

Notare nell’ultima foto le macchie dei pigmenti: stavo facendo le prove! 😛

Caratteristiche generali: 

Nome: 38 Choose me!
Marca: Essence
Prezzo: 1,99 euro
Quantità: 5 ml
Reperibilità: Coin, Ovs

 

La donna perfetta. Storia di Barbie

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Ho appena terminato “La donna perfetta. Storia di Barbie”, di Nicoletta Bazzano. E’ domenica 12 agosto e sono in pieno ciclo. Tutti stanno sguazzando nel mare e io li osservo con una certa invidia. Non funziona nemmeno internet, perché quegli idioti che gestiscono questo campeggio hanno deciso, come ogni anno, di cambiare modalità di connessione al server principale inserendo un nuovo sistema di password che va in crash ogni tre per due. I suddetti tizi da quattro giorni smanettano sulla connessione, e da quattro giorni si riesce a rimanere connessi per non più di cinque minuti. Indi per cui, presumo che questo post comparirà sul mio blog quando sarò ormai rientrata. Pff, che nervi. Non mi rimane altro che portarmi avanti con i post, a mano a mano che termino un libro che ha catturato la mia attenzione e a mano a mano che mi viene l’ispirazione per i post sui castelli di Ludwig.

 

La donna perfetta” è un piccolo saggio che mi è stato consigliato dalla mia relatrice mentre stavo scrivendo la tesi e decisi di inserire, nel capitolo riguardante il mito di Sissi, anche la sua versione Barbie. Non so se la ricordate. Ne esistevano due versioni: la prima, diretta ad un pubblico più infantile, aveva i lunghi capelli castani sciolti sulle spalle, trattenuti da una coroncina di stoffa dorata, e un abito di broccato oro e bianco. La seconda, meno celebre, ma che ricordo fosse presente nei giornalini che uscivano mensilmente in edicola, replicava la celebre acconciatura di Elisabetta d’Austria – la folta chioma raccolta in diverse trecce, impreziosita da stelle di diamanti, richiamate anche dalle stelle dorate cucite sull’abito bianco.

 

Il libro analizza l’impatto che la bambola Barbie ebbe sul mercato e sulla società degli anni Cinquanta, quando comparve per la prima volta sul mercato americano, e sui decenni successivi, fino ad arrivare ai giorni nostri. E’ un presente un po’ problematico per Barbie, poiché sta venendo surclassata da altre bambole, come le Bratz e le Winx, che non pretendono di replicare – come lei – il mondo degli adulti, ma sono delle semplici adolescenti. Ciò che sta causando il declino di Barbie è, secondo l’autrice, il suo apparire perfetta, non solo in ogni situazione a causa di un pressoché illimitato guardaroba, ma anche fisicamente e caratterialmente parlando. Se Barbie sa essere perfetta in ogni occasione, le Bratz e le Winx sono semplicemente ragazzine con i loro pregi e i loro difetti. Psicologicamente parlando, trovo sia un dato davvero interessante, un punto di vista che non avevo mai preso in considerazione. La perfezione, evidentemente, a lungo andare stanca, e le bambine preferiscono immedesimarsi con qualcuno di più simile a loro.

 

Resta però un dato di fatto: la geniale idea di Ruth Handler di creare un giocattolo mediante il quale le bambine potessero avere accesso al mondo proibito degli adulti. Barbie, tuttavia, ha un suo precedente, meno famoso di lei: Lilli, una bambola tedesca di simili fattezze, protagonista di una serie di storielle su un quotidiano tedesco. Ciò che differenzia Lilli, è il suo pubblico: non è un giocattolo, è piuttosto un simpatico gadget per signori. Ruth Handler decise invece di destinare la bambola alle bambine, dotandola fin da subito di un sontuoso guardaroba e di milioni di accessori.

Il libro si sofferma sullo scandalo destato da Barbie, fin dalla sua comparsa il 9 marzo 1959: dopo secoli di bambolotti, culle e pannolini, ecco arrivare tra le mani delle bambine una bambola dalle forme procaci, molto più simile ad una pin up o ad un’attrice, piuttosto che alla ragazza della porta accanto.

Tuttavia, Barbie ha immediatamente un enorme successo, grazie al suo ruolo educativo, nel senso stretto del termine. Gli anni Cinquanta sono quelli del galateo, che insegna cosa debba fare ogni signorina che si rispetti. Ecco che allora la Mattel – la sua famosa casa di produzione – fa in modo che Barbie educhi attraverso il gioco le bambine a sapersi comportare perfettamente in società, indicando loro qual’è l’abito più opportuno da indossare o anche solo come servire un thè, servendosi di libriccini presenti in ogni confezione di abiti ed accessori. Non è un caso che Barbie non abbia mai assecondato i movimenti femministi ma anzi vi si sia adeguata solo a cambiamento avvenuto, alla fine degli anni Settanta. E’ a partire da quegli anni che Barbie inizia ad intraprendere lavori prima considerati assolutamente inadatti ad una signora, a vestire in modo più audace e variopinto. Dalla fine degli anni Settanta in poi, la Mattel si premurò di adattare il guardaroba di Barbie alla moda vigente, anche se non più tanto bon-ton e di adattare la sua vita fittizia ai cambiamenti sociali: in quegli anni vennero infatti introdotte le prime Barbie nere.

 

Mi è piaciuto molto questo libro, da buona amante del mondo rosa e plasticato di Barbie. Mi è servito a razionalizzare una figura che per me è un mito.

Non ho mai amato giocare con i bambolotti, da piccola. Già allora giocare alla mamma non mi si addiceva, preferivo di gran lunga la bionda di venti centimetri. Quando ho smesso di giocarci, attorno agli 11 anni, avevo raccolto una ragguardevole collezione: 84 barbie, innumerevoli abiti ed accessori, mobiletti e mezzi di locomozione vari. Una frase mi ha particolarmente colpito, in questo libro: “ I bambini non parlano mai di una Barbie in particolare. Quando ne parlano, fanno sempre riferimento a scatole piene di Barbie.” In effetti è vero. Che io ricordi, non c’era una bambola che prediligevo più di tutte. Certo, c’erano le sorelline di Barbie – Skipper, Stacey e Shelly – che usavo sempre, anche perché delle prime due avevo una sola versione. Ricordo che usavo un po’ tutte le Barbie, a rotazione, a seconda dell’estro di quel giorno. Avevo una Barbie d’epoca, quello sì, ereditata dalla zia, risalente agli anni Settanta che custodisco ancora gelosamente. Ha un vestito di tulle color pesca, e indossa una pelliccia di vero pelo di coniglio. Immagino i casini che farebbero oggigiorno gli animalisti, se la Mattel decidesse di produrre una serie di abiti in vero pelo di animale. In ogni caso, quella Barbie d’epoca recitava la parte della mamma di Barbie e le sue sorelle, che compariva ogni tanto, perché stava sempre in viaggio. Ricordo che non mi piacevano per nulla le case di Barbie preconfezionate, non soddisfacevano la mia vena creativa. Preferivo di gran lunga farmi regalare i mobili – camerette, bagni, cucine – con i quali comporre da me la mia mega villa, che occupava tutti e quattro i ripiani della mia libreria e parte del pavimento. Ricordo che tutte le sere dovevo smontare tutto per rimettere a posto i libri, e a volte non avevo voglia di sistemare il tutto e ammonticchiavo cataste di roba dietro alla libreria, coprendole con i miei tre cassoni colorati: uno di Barbie, uno di vestiti, e uno di accessori.

Tra i mezzi di locomozione c’era pure un camper, che si apriva a libro, tutto rosa, con la cucina che faceva il rumore dell’acqua che bolle. Ogni tanto le mie barbie facevano una vacanza in camper, ma solitamente quel veicolo lo riservavo al mio migliore amichetto delle elementari, che obbligavo a giocare a Barbie: lui ovviamente faceva Ken, e viveva nel camper, io Barbie e vivevo nella megavilla. Già allora ero una primadonna.  

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