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Tag DRAMAtico: My Top 5 Special Meaning Products

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Sono mostruosamente indietro con i Dramatag: mentre la blogosfera è al settimo, io mi accingo a fare il secondo. Arriverò mai a farli tutti io pure? Abbiate fiducia: mio padre dice sempre che “con la calma e la vaselina l’elefant el gà enculat la galina” (con la calma e la vasellina l’elefante ha inculato la gallina). Sì, provengo da una famiglia di raffinati accademici della Crusca.

Oggi parliamo di cinque prodotti makeupposi che hanno uno speciale significato per noi,  tema scelto da Nero, seconda classificata al top 5 contest di Drametta.

 

5 prodotti dai significati speciali. 

a tutte capita di avere un rossetto speciale, quello che ci ricorda un avvenimento, che secondo noi porta bene o che ci fa sentire meglio.. l’ombretto che ci fa sentire coccolate perchè ce lo ha regalato la nonna e anche se il colore fa pena schifo pietà e compassione ce lo mettiamo uguale.. il gloss del nostro primo bacio – ormai rancido e immettibile – che continua a far bella mostra di sè in mezzo a tutti gli altri e che ogni mattina salutiamo con lo sguardo.

 

 

Matita nera

 Anche se nella foto vedete la Vibrant n° 100 di Kiko – mia fidata amica da una decina d’anni, ormai – è la matita nera in generale ad occupare un posticino speciale nel mio cuore, perchè mi ricorda la mia mamma.
La mia mamma non è per nulla un’appassionata di make up, non si trucca mai se non in rarissime occasioni, quando riesco ad acciuffarla e a darle una spolverata di ombretto sugli occhi.
C’è però un cosmetico che non abbandona mai, che indossa sempre, persino quando ha un po’ di influenza, ed è la matita nera. Da piccola, per me, era prassi quotidiana andare in bagno con lei mentre si preparava per andare al lavoro, e osservarla col naso schiacciato contro lo specchio tracciarsi una riga di matita nella rima interna nell’occhio.
Per me la matita nera ha simboleggiato l’ingresso nel mondo degli adulti: non vi dico che felicità quando, il primo giorno di scuola delle superiori, mia madre mi permise di indossarla.  Paradossalmente, proprio una persona che non se ne intende per nulla di trucchi ha fatto sì che compissi il primo passo verso quel mondo.
Da allora non mi abbandona più: è in ogni trucco che faccio, e c’è sempre un mozzicone di matita in qualche borsa, pronto ad aiutarmi in caso di necessità. Mi sento “nuda” senza una riga nero sotto l’occhio, trovo che senza qualcosa che li enfatizzi gli occhi spariscano dietro ai miei fondi di bottiglia.

 

Smalti

E come potevano mancare?
Non ho ricordi precisi del momento esatto in cui è scoppiata la mia mania smaltifera, ma so esattamente chi è la colpevole: mia zia paterna.
Spesso la gente si stupisce di quanto io e lei ci assomigliamo, sia fisicamente che caratterialmente. Da piccina ero praticamente il suo ritratto, e crescendo pure il carattere e il modo di comportarmi sono diventati molto simili, nel bene ma anche nel male, visto che siamo entrambe tremendamente lunatiche e nervose.
Da lei ho ereditato diverse passioni, la storia e la lettura, ad esempio, ma anche e soprattutto il make up e gli smalti. Quando ero alle elementari aspettavo con ansia il giorno di Carnevale, perchè era l’unico momento dell’anno in cui potevo esagerare col trucco, ed era lei l’addetta al look.
Di smalti ne comprava a bizzeffe, e tutti di marche costose, ma all’epoca non me ne rendevo conto. Mi piaceva osservare tutte le sue boccette colorate, e spesso non riusciva ad indossare lo smalto che si era appena comprata perchè io glielo portavo via. Pensare che mi sono mangiata le unghie per vent’anni, e mettevo lo smalto ogni morte di papa perchè erano davvero supercorte. Lei invece aveva le unghie lunghe, ben curate, che io ammiravo e invidiavo. Solo adesso mi rendo conto di quanto lei sia stata paziente con me, perchè io non cederei mai nessun mio smalto ad una bambina piccola.
Ogni volta che stendo lo smalto, quindi, penso a lei. Soprattutto visto che mio padre, che detesta cordialmente la puzza di smalto e acetone, mi ripete sovente “Sei proprio come la zia Evi!“, in un tono talmente rassegnato che quasi mi fa pena: in sostanza, saranno cinquant’anni che brontola per le stesse cose. Prima mia zia, e adesso io.
Nella foto potete vedere il mio primissimo smalto di Kiko, numero 169. Credo di averlo acquistato in 3-4 superiore, ergo ormai 8 anni fa. Un vecchione, ancora un po’ liquido ma assolutamente grumoso e colloso, eppure ancora lo conservo gelosamente: quei glitterozzi blu mi mettono tanta allegria.

Naked 1

Questa palette è stata il mio primo prodotto serio, dopo anni di pasticci e pasticciotti vari con Essence e Kiko. La collego al mio moroso, perchè è stato lui a fare a metà con me affinché la potessi avere, dopo che ero stata quasi un’ora da Sephora in adorazione dello stand.
Ad Ale potrei associare tanti miei trucchi, tra cui il famoso Russian Red, ma ho voluto scegliere la Naked perchè sta a testimoniare che lui non ha mai considerato la passione per trucchi e smalti una cosa stupida, frivola, ma anzi, è ben contento che ci sia qualcosa che mi aiuti a farmi stare bene con me stessa.
Lo ringrazio anche per tutte le volte che gli riduco la cabina armadio ad un cesso colorato perchè faccio cadere i trucchi e lui si limita soltanto a sospirare un “Ma che cazzo“.

Matte Lipstick 111 by Kate Moss for Rimmel (LINK)

Il primo rossetto rosso che mi ha fatto sentire per la prima volta una donna adulta. Fino ad un paio di anni fa non mi ero mai sentita davvero così sicura di me stessa da osare mettere piede fuori casa con un colore così acceso sulle labbra.  All’epoca mi sarei sentita osservata, giudicata: era un periodo in cui non andavo ancora troppo d’accordo con il mio aspetto fisico e preferivo passare inosservata.
E’ stato un lungo e tortuoso percorso, fatti di alti e bassi, di lacrime amare. Se non avessi avuto Ale al mio fianco in questi 7 anni a quest’ora sarei ridotta come la vecchia gattara pazza dei Simpson. Per stare in tema del pezzo, comunque, è stato lui a scegliere questo colore: io mi sarei portata a casa volentieri un nude, un rosa al massimo. “Ma basta con ‘sti color cacca, su! Prendi questo, te lo regalo io!” e sbam: mi piazza in mano questo rossetto.
Non ero troppo convinta, sia chiaro, ma una volta arrivata a casa è scoccata la magia: mi sono guardata allo specchio e per la prima volta mi sono vista carina.  Paradossale l’effetto che può fare un rossetto, sta di fatto che il rosso è spesso una costante nei miei make up. E mi sento immensamente sexy ogni volta che lo indosso.

Ultra Glossy 810 by Kiko (LINK)

Questo rossetto è legato al giorno più importante della mia vita: la mia laurea.
Per quel giorno volevo un rossetto che fosse rosso ma non troppo, perchè non me la sarei sentita di affrontare la commissione con un colore pieno. Così ho scelto lui, un rosso abbastanza chiaro, tendente un po’ al corallo a mio avviso, con un sacco di glitterini dentro: ogni volta che lo indosso mi conferisce un alone rossastro alle labbra e una luminosità al viso sorprendente. Insomma, è stato un buon compromesso per la mia laurea che mi ha fatta sentire bella e sicura di me, senza temere di essere giudicata per il mio make up.

Guest photo!

A proposito di Top Meaning, questi sono gli unici due prodotti (oltre alla matita nera) che mia madre ha usato per il trucco del suo matrimonio, il 19 luglio 1986. L’ombretto credo sia di Deborah, o almeno la confezione è similissima, il rossetto…misteri della fede!

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Regali di Natale (Post Foto-curioso)

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Buona sera Befanine Belle!
Altro post foto-curioso, questa volta concernente i regali di Natale e i primi acquisti fatti con i saldi. In teoria, avevo intenzione di risparmiare qualcosina – si prospetta un weekend a Lisbona o a Barcellona per San Faustino (patrono di Brescia, 15 febbraio) – ma ovviamente ho già disatteso il mio nobile proposito. Dopotutto, le regole sono fatte per essere infrante…

C’è una cosa che mi piace del Natale: i regali. Farne e riceverne, naturalmente. Risulterò un pochino materialista, me ne rendo conto, ma non sento il Natale come una vera festa: non sono credente né mi piace stare con i parenti in occasioni per così dire “obbligatorie”. Mi vengono proprio i nervi.
A Natale non ci scambiamo regali: a Brescia è tradizione farli a Santa Lucia (qui, se volete, un piccolo post dove racconto come viviamo la festa). Faccio dei doni soltanto al mio moroso e ai miei suoceri a Santo Stefano: quello è il nostro giorno, infatti si organizza sempre una cena o a casa nostra o a casa loro. E’ una tradizione che va avanti ormai da cinque anni, e ormai per me Santo Stefano è diventato il mio Natale.

Quest’anno sono stata particolarmente fortunata: ecco cosa ho ricevuto!

Regali di Natale Suoceri Moroso

Borsa Qui Gatta ci Cova                             

Braccialetto suocera

Rossetto Chanel Cambon

La borsetta e il braccialetto sono regali dei miei suoceri, il rossetto (amo!) del mio moroso.  Il braccialettino è stato fatto a mano da mia suocera, che si diletta in questi lavoretti: le riescono davvero bene! Ha una chiusura a calamita, rinforzata da un gancetto in caso non dovesse tenere. Mi piace da morire questo braccialetto, tra l’altro è perfettamente in tono con una collanina che mi ha confezionato lei: indosserò entrambi al mio compleanno. Oramai ci siamo, ragazzuole: il 12 gennaio faccio i 24! 😛
Il rossetto..Beh, c’è da dire qualcosa? E’ il mio oggetto dei desideri ormai da anni. Fa parte della linea Rouge Coco, ed è nella tonalità Cambon (qui un piccolo swatch). Si tratta di una via di mezzo tra un rosso e un rosa scuro, e basta sfiorare le labbra per colorarle. Insomma: lo adoro follemente.

Nel corso della settimana, tuttavia, sono arrivati altri piccoli doni. Un top coat di Rimmel che mantiene lo smalto lucido ed intatto fino a 10 giorni – regalo di mia suocera, che lo usa da mesi e ne é super contenta – e un Titty di peluche che canta Jingle Bells, regalo della nonna del mio moroso che ha 94 anni. E’ tanto carino, ma fa un casino infernale: infatti ci ho tolto le batterie.
Sto usando il rimmel ormai da una decina di giorni, e su di me devo dire che funziona. Non dura dieci giorni, ma cinque – sei giorni pieni li fa. Come sempre, vi farò una review più dettagliata completa di foto fra un mesetto.

Rimmel Pro Super Wear Top Coat

titty nonna

Infine..il 27 è arrivato un pacco dalla dolce Fidya! All’interno c’erano ben due confezioni del mio santissimo detergente Lovea : a conti fatti, dovrebbero durarmi circa tre mesi, e mi auguro che nel frattempo arrivino pure nei miei OVS. Yuhu! OVS di Brescia? Mi sentite? V-O-G-L-I-O-L-O-V-E-A! 

Regali di Fidya

Tra le sopresine – super, super graditissime! – c’erano un bellissimo paio di orecchini, stickers per unghie, e tantissimi campioncini che non vedo l’ora di provare: una crema corpo di Hino, una crema antirughe di Morcaresse, salviettine levasmalto alla soya di Priti NYC, e infine un balsamo compatto per il corpo di Bakel.
Grazie mille tesoro, anche del dolcissimo bigliettino! *-*
Bigliettino Fidya

Orecchini Fidya

E voi, ragazzuole, cosa avete ricevuto per Natale?
Prometto che a breve tornerò alle mie consuete visite dei blog, il tempo di sostenere il primo esame della sessione (8 gennaio).
Un bacio, tesore!

 

 

Auguri di un sereno 2013

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Un altro anno é ormai agli sgoccioli, un altro anno se ne sta andando tristemente. Non sono mai riuscita a godermi seriamente il Capodanno in 23 anni di esistenza: il dover attendere la mezzanotte, il conto alla rovescia degli ultimi 10 secondi, lo spedire messaggini mi hanno sempre causato un immenso sconforto, tanto da non ricordarmi un capodanno realmente felice. Non si tratta del l'avere o meno persone amate vicine – ho pianto indistintamente all'ultimo sia nei miei capodanni da single che da accoppiata – ma, nel mio caso, proprio dell'incapacità di gioire dell'anno venturo per mezzo di quei gesti per me del tutto privi di significato. Così come non amo il Natale, non amo neppure Capodanno. Quest'ultimo, credo, di più: sono terrorizzata dai botti, che mi fanno saltare talmente tanto i nervi da farmi scoppiare in lacrime dalla paura. Sia che stia tappata in casa, sia che me ne stia fuori, petardi e compagnia bella mi spaventano. Quest'anno, spero, sarà un Capodanno più tranquillo: io, moroso e suoceri andremo a vedere il musical di Peter Pan, e chissà che una favola non mi rassereni un pochino.

Non so se fare un bilancio dell'anno passato, a dire il vero. Ho realizzato l'unico sogno che mi porto dietro fin da quando ero bambina: la laurea in lettere. Traguardo che mi ha fatto gioire più di ogni altra cosa ma che, al contempo, mi ha gettata dopo poco nello sconforto, data la mia proverbiale paura del futuro. Già, il futuro. Per ora mi sto specializzando in storia, ma trascorsi questi due anni non so cosa aspettarmi. Naturalmente mi auguro il meglio, ma nel contempo sono spaventata perché detesto l'insicurezza.

Del 2012 salvo anche l'arrivo di Pigolo, il gattino del mio moroso, una piccola peste che ci rallegra ogni santo giorno, nonostante ci morda in continuazione. Del 2012, infine, salvo indubbiamente questo blog, che mi ha dato modo di mettermi alla prova nella scrittura, ma anche e soprattutto di conoscere persone fantastiche. Sembrerà una sviolinata, ma grazie: a voi che passate di qui, a voi che gioite e vi rattristate per me, a voi che mi fate sorridere sul blog, su Facebook e Twitter, a voi e ai vostri sempre interessanti post.

Cosa chiedo al 2013? Principalmente la pensione per papà che, oltre ad un po' di stabilità economica, porterà un po' di serenità anche alla famiglia che ne ha tanto bisogno. Già, la serenità: auguro a tutti voi di trovarla, perché non c'è niente di meglio della stabilità interiore per affrontare al massimo la vita.

Un bacio,

Tizy

 

La Stella Minni

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La mia prima micia si chiamava Minni, Minni perchè avevo un anno ed era un nome che sapevo pronunciare abbastanza bene.
Era una gattina bianca e nera, adottata da una signora che aveva una fattoria e dava da mangiare a tutti  i mici randagi del circondario. Era un pomeriggio di sole, di fine di primavera, e i miei genitori ed io andammo a trascorrere qualche ora  da quella signora. Trovai Minni appollaiata su uno scalino, che ronfava beatamente, e la agguantai. Corsi dai miei genitori e dissi loro “Voglio. Mia. A casa!“. Papà guardò con perplessità mia madre, perchè lui non amava granché i gatti. Mamma, tuttavia, era cresciuta circondata da mici, e volle provare ad adottarla. Tornammo a casa, io nel mio passeggino, tutta felice, e mamma con in mano quel batuffolo di pelo. Non aveva nemmeno un anno, quella gattina, e già aveva visto la morte in faccia: per tre volte avevano tentato di affogarla gettandola nel fiume, e per tre volte era risalita nuotando come un pesce.
Facemmo subito amicizia, io e lei, due cucciole alla scoperta della vita. Aveva una coda lunga lunga, nera, ed era profondamente intelligente. Provenendo dalla strada, non sapeva usare la lettiera, eppure in qualche modo capì che c’era un luogo a lei predisposto per espletare i suoi bisogni. Grattava il pavimento per farsi capire, e mamma la prendeva in braccio e la depositava nella cassetta. Ad un anno non potevo capire, quindi ogni volta che trovato la gattina in giro per casa la cacciavo nella cassettina. Inutile dire che imparò nel giro di un paio di settimane ad andare in bagno da sola.
Si prestava a tutti i miei giochi, paziente. Quando ebbi un paio d’anni, ed iniziai a giocare con le bambole, mi piaceva metterle una cuffietta in testa e portarla a spasso nella carrozzina, oppure “stirarla” con il mio ferro da stiro giocattolo. Quando era stufa, si piazzava sulla mensola più alta di camera mia e mi osservava, sicura che non sarei riuscita a racciuffarla. La notte, infine, dormiva nel mio lettino, lunga distesa accanto a me, e lì rimaneva finchè papà non si alzava alle cinque per andare a lavorare, e allora usciva silenziosamente dalle coperte, senza mai svegliarmi.
Quando compii tre anni, rimase incinta: ricordo che tornai un pomeriggio di novembre a casa dall’asilo e trovai Minni attorniata da cinque batuffolini. Di loro, ne tenemmo soltanto uno: Tommy, che divenne il mio compagno di vita per 17 anni.
Dentro di lei era restata l’indole vagabonda, quindi di sera amava andare a farsi una passeggiata per il paese. Papà racconta sempre che le raccomandava, prima di uscire : “Guarda che alle nove e mezzo chiudiamo la porta a chiave, arriva in tempo, altrimenti dormi fuori.” Incredibile ma vero, puntuale come un orologio svizzero, rincasava per quell’ora.

E poi..un sera non tornò più. La trovò mio padre il mattino seguente, a 100 metri da casa mia, uccisa da un’auto.
Non ricordo se piansi o meno, avevo quattro anni ed ero troppo piccola per ricordarmelo. Chiedevo, però, insistentemente, dove fosse la mia gattina.
E mamma, forse per indorarmi un po’ la pillola, mi disse: Tizianina, guarda il cielo: la stella più luminosa è la stella Minni. Lei ti guarda dall’alto, ti protegge. Se ti senti triste, cerca la stella che brilla di più nel cielo: lei è lì che ti consola.”

Ancora adesso, quando torno a casa la sera, mi ritrovo col naso all’insù, alla ricerca della mia stella Minni. E trovare una stella che brilla più delle altre, lassù nel cielo, e dire “Ciao, stella Minni”, mi fa sentire stranamente in pace con me stessa.
Io non ho un Dio che mi guida, io ho una gattina bianca e nera che, a distanza di 19 anni dalla sua scomparsa, riesce ancora a consolarmi.

Io e la mia Minni

Io e la mia Minni

 

Scombussolamenti..

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Ciao ragazze!

Chiedo venia perchè è davvero un sacco di tempo che non mi faccio vedere sui blog. E’ iniziata, come vi avevo già accennato, l’università, e con essa è arrivata la disorganizzazione. Devo ancora trovare il modo di conciliare il blogging con l’università: pensavo di dedicare un paio di giorni ai commenti sui vostri blog, e un paio alla scrittura di post programmati. Avevo intenzione di iniziare settimana scorsa, ma a causa di diversi impegni non ho potuto.
E’ un periodo di scombussolamenti e di stress, come dice il titolo stesso. Il mio problema principale riguarda la pensione di mio padre, facente parte della categoria dei famosi esodati. Dopo 40 anni lavorativi in fabbrica e a 56 anni compiuti, quest’anno sarebbe dovuto finalmente andare in pensione, se non ci si fosse messa la Fornero. L’anno scorso mio padre è stato messo in cassa integrazione per via della crisi, con la previsione che, al termine dell’anno di cassa integrazione, sarebbe potuto andare tranquillamente in pensione. Ed è arrivata la Fornero, che con i suoi numeri non fa che confondere le idee a tutti. A metà settembre ho preso uno spavento allucinante: ci è arrivata la lettera dell’Inps dove si diceva che la domanda di pensione fatta da mio padre era stata rifiutata. All’inizio ho tentato di trattenere le lacrime e l’ansia, più che altro per non far soffrire mio papà già divorato dall’ansia di suo. Poi non ce l’ho più fatta. E allora i miei, vedendomi in quello stato quasi di shock, sono andati all’associazione dei lavoratori di Brescia, dove l’impiegata carinissima ha dato una risposta rassicurante al mio papà: ovvero, che la Fornero alla fine della tiritera avrebbe tutelato tutti gli esodati, perchè se non l’avesse fatto avrebbe rischiato una sommossa popolare. E si è incaricata di spedire domande di pensionamento a destra e a manca per aiutare mio papà, poichè a suo dire l’inps stava facendo soltanto stronzate. Comunque, non so se avete sentito, una settimana fa la ministra ha effettivamente detto che avrebbe salvato tutti..
Comunque, in ogni caso, non sono ancora riuscita a calmarmi. Anzi, adesso la notte, prima di dormire, mi vengono le palpitazioni, respiro male e spesso mi viene pure la nausea. Ma non voglio dirlo ai miei per non farli ulteriormente preoccupare: qualche tempo fa ho sentito mio padre dire a mia mamma che ogni tanto la notte non dorme e pensa a ‘sta faccenda pensioni. Ergo, non voglio inquietarlo ulteriormente.
Altro grande problema di questo periodo è il ritardo – di ormai 17 giorni – delle mestruazioni. So benissimo di non essere incinta, perchè usiamo un sacco di protezioni e precauzioni varie, e una decina di giorni fa ho avuto delle piccole perdite di sangue. Incolpo in maggior parte lo stress,  ma penso anche che sia l’attività sportiva, a cui non ero più abituata. In ogni caso sono qui gonfia, con la pancia quasi sempre dolorante e degli sbalzi umorali da paura. Adessso, ad esempio, mentre sto scrivendo, ho i lucciconi agli occhi e il magone. Ieri e l’altro ieri ero incazzata col mondo, mi alzavo già con la rabbia e niente e nessuno riusciva a calmarmi.
Sapete che cosa temo? L’ansia di mia madre. Ovviamente lei ha scoperto che ho un ritardo (non è difficile: sul calendario ho l’abitudine di segnare quando ho il ciclo, e ogni tanto mi capita di macchiare pigiami e intimo, ed è lei che lava, quindi.,), e per adesso è tranquilla: lo vede dalla mia faccia butterata e da un sacco di altri segnali che il ciclo non si decide ad arrivare ma che è lì a tormentarmi. Ma ho paura che prima o poi esploda e le vengano gli attacchi di nervi come due-tre anni fa, quando ebbi un ritardo del genere (20 giorni, mi pare) e lei pensava fossi incinta. E a me viene l’ansia a pensare che lei possa, in un futuro, mettermi l’ansia e me le faccia ritardare ancora di più.
Insomma, sono in un circolo vizioso dal quale spero di uscire presto, almeno per il ciclo…
Chiedo perdono per questo post lagnoso e disgustoso, ma non so con chi sfogarmi…=(

Bloggers Reunion!!!!!!

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Amiciozze mie, 
Io, Jess Swlabr qualche giorno fa avevamo avuto la brillante idea di fare un mega incontro a Milano, fra noi, in occasione della fiera del Make Up. Peccato che poi abbiamo scoperto una cosuccia: la fiera non è aperta al pubblico, ma solo ai negozianti (brutti bastardi). 
Ergo, come ha già proposto Jess in questo post,  si prospetta:

MEGA INCONTRO A MILANO CON GIRO FOLLE DI SHOPPING

I giorni proposti sono i seguenti:

Sabato 22 settembre

Domenica 23 settembre

Sabato 29 settembre

Domenica 30 settembre

Sabato 6 ottobre

Domenica 7 ottobre

Indicate le vostre preferenze! *–*
Mi piacerebbe davvero un sacco conoscervi di persona! *–*
E non vi preoccupate se non conoscete né Jess né Swlabr! Non siate timide, è un modo per fare amicizia! =)

Per rendere il sondaggio meno caotico, vi rimando al post di Jess che ho indicato prima. 

 

Drama&makeUp propone l’accodamento a questo progetto. In caso non si possa, possiamo sempre fare un paio d’incontri!XD

Gattoleria 1.0

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Inauguro oggi la rubrica Gattoleria, come vi accennavo nel post precedente. E come potrei inaugurarla, se non presentandovi il mio figlio peloso?

Ciao, strani cosi a due zampe!

Mi chiamo PonPon, e sono un bellissimo micio di tre anni dal pelo rosso e dagli occhi verdi. Vivo a Brescia, e di lavoro faccio l‘imperatore presso una famigliola di tre persone che amano definirsi “i miei padroni”.  Non so perchè lo facciano, a dir la verità: è palese che in casa comando io.
Prima vivevo in uno studio veterinario, dopo che una gentile signora mi aveva raccolto quando ero ancora cucciolo vicino ad un cassonetto, in un giorno di pioggia. 

A quattro mesi sono diventato parte di questa famigliola: il più tranquillo è il bipede coi baffi, che mi considera suo figlio.  Poi c’è sua moglie, che è quella che mi cambia la cassettina quando è sporca, che mi dà la pappa e mi tagliuzza la carne e mi lava le copertine sulle quali dormo. Infine c’è questa strana bipede, anche lei munita di occhiali, che mi insegue con la macchina fotografica e mi canta canzoncine in modo orrendo: ma quando la capirà che non apprezzo la sua musica?
Comunque adoro tutti e tre:  mi piace stare in braccio al baffo e mangiare il formaggio dalle sue mani, amo dormire con la moglie del baffo e adoro rompere le scatole alla mia giovane padroncina.

La mia padroncina ha delle strane abitudini. Innanzitutto ticchetta spesso su uno strano aggeggio con dei tasti, e a me piace saltare in braccio a lei per vedere quello che fa, anche se lei brontola perchè non riesce a scrivere. Poi va in uno strano posto chiamato “università”, e a casa ha montagne di libri e quaderni che adoro mangiucchiare quando lei non mi vede, così i suoi amichetti possono sentire il profumino delizioso delle mie scatolette al pollo.
Il pomeriggio non sempre ha tempo per me, perchè se ne sta a scrivere sui fogli con delle bacchette colorate: allora io richiamo la sua attenzione buttandole a terra, finchè non mi prende in braccio e io posso fare la pasta.

La mia padroncina, in bagno, fa delle cose strane: ha una scatola rosa con dentro tante cose colorate e polverose, che mi fanno starnutire, e con quelle si dipinge la faccia. Io amo i suoi pennelli: appena si gira corro a rubarle i più cicciotti e me li vado a mordicchiare sul tappeto. Lei mi sgrida, io fingo di ascoltarla ma quello che mi dice mi entra da un orecchio e mi esce dall’altro. Però le voglio tanto bene, e per farmi perdonare la cerco per delle coccole extra e le lecco la faccia.

In realtà c’è un altro padrone, che compare solo nei fine settimana: è il fidanzato della mia padroncina, e quando c’è lui gli altri per me non esistono più. I suoi vestiti sono sempre così “spogli”, mentre quelli dei miei padroni sono sempre pieni di miei peli, quindi mi sento in dovere di abbellirglieli un po’. 

Tag: Il mio amichetto peloso PonPon

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Stasera avevo proprio intenzione di farvi una piccola preview sulla collezione SnowWhite di Essence ma poi, gironzolando per i blog, ho trovato questo bellissimo tag che, sicuramente, farà felici tutte quelle che hanno un pelosetto come amico. 

Sul blog di Pat ho trovato – e subito accuratamente rubato – questo simpaticissimo tag riguardante i nostri compagni di vita a quattro zampe.

Io vi presento il mio super viziatissimo PonPon, e voi?

1)Come si chiama? PonPon
2)Che razza è? è un meticcio
3)Da quanto tempo ce l’hai? Dal 7 dicembre 2009
4)Come l’hai avuto? Ce l’ha regalato una nostra amica veterinaria. Da poco era morto il nostro vecchio gatto, e cercavamo un gatto a cui dare una casa. 
5)Quanti anni ha? 3 anni
6)Qualche cosa strana del suo carattere? Mordicchia qualsiasi cosa, compresi i miei appunti dell’università. E’ un grandissimo coccolone, ma anche molto testardo. Se decide di fare una cosa la fa, incurante delle nostre sgridate. 
7)Cosa significa per te il tuo rapporto con lui? E’ mio figlio, in pratica. Senza di lui non potrei vivere. Banale? Lo so. Ma è un amore sconfinato quello che provo per lui.
8)Quali sono i momenti passati assieme che preferisci? Quando sto male, e viene a fare le nanne addosso a me e mi fa la “pasta” con le zampine per rassicurarmi. Oppure, quando io e il mio moroso torniamo a casa tardi e arriva miagolando e reclamando le coccole, mettendosi in mezzo a noi due nel letto a farsi coccolare.
9)Nickname che gli hai dato? Ponny, PonnyPonPon, Pompolino, Pompolinis, Cicino, Zamponpon (deriva dal fatto che quando mi sale in braccio si sistema a mo’ di zampogna)
10) Parole che riconosce? è un gatto intelligentissimo: capisce un sacco di parole, ma decide lui quando ascoltarle. 

Vuoi una limonata?

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Dover convivere pacificamente con le madri non è affatto facile, si sa. Ad intervalli regolari la loro ira esplode, anche senza che tu abbia fatto qualcosa: “Non vedi che casino che c’è in camera tua???” “Mi tratti proprio come una Cenerentola.” “Studia” “Staccati da quel pc” sono solo alcune dei cavalli di battaglia delle genitrici.  Il dramma è questo: da ragazza ti lamenti di loro, ma una volta adulta ti comporterai esattamente come loro. E’ matematicamente certo.
Purtroppo, però, non si ereditano solo gli atteggiamenti, ma pure le false convinzioni. La mia vive nella certezza che tutto si possa curare con un buona tazza di limonata calda.

“Hai la febbre? Vuoi la limonata?”
“Hai un po’ di nausea? Vuoi la limonata?”
“Hai mal di testa? Vuoi una limonata?”

E così via finché, da piccina, fiaccata dall’influenza e dalle insistenti richieste materne, trangugiavo il tutto. E devo dire che, vuoi per auto convinzione,  vuoi per le reali capacità curative del limone, poco dopo stavo meglio. Il più delle volte dopo aver vomitato, of course, per il principio materno secondo il quale, se sei influenzata, non c’è niente di meglio che “digerire” in quel modo.
Tutto questo non sarebbe così drastico, a ben guardare. Quanti di noi sono stati curati con metodi caserecci? Però, pensateci bene. Siamo in 9 miliardi su questo pianeta, e ognuno ha il suo rimedio influenzale (o contro qualsiasi altra cosa vogliate) e, soprattutto, ciascuno è convinto della validità del proprio metodo.  Perchè il vero problema sta proprio lì. Tu, figlia, ti lamenti costantemente dei rimedi di tua madre: odi profondamente la limonata, detesti vomitare, vorresti proprio non sentirne l’odore. Ma (sì, c’è un ma) sai che ti farà stare bene.  E’ un gioco psicologico perverso messo in atto dalle madri nel corso del’infanzia dei loro pargoli. Sfruttando l’autorità di cui esse godono in quel periodo, ti fanno il lavaggio del cervello e fanno in modo che tu ti convinca dell’effettiva buona riuscita delle loro cure. Fatevi una domanda: perché tutti i metodi di tutte le madri del mondo funzionano sui loro figli? La risposta secondo me sta nel fatto che, durante il cammino verso la guarigione, un ruolo importante lo giochi il fattore psicologico. Della mamma ti fidi, anzi, credi che sia infallibile, quindi non riesci assolutamente a concepire che ella non sappia guarirti.
Quindi, alla fine della tiritera, il mio rimedio a tutto è diventato pure per me – ahimé – la limonata. Me ne sono resa conto ieri quando, sentendomi dire dal mio moroso che aveva l’influenza, gli ho risposto: “Fatti una limonata, amore!”. In quel momento sono stata folgorata sulla via di Damasco e ho pensato: Dio, sto diventando come mia madre.
Già mi vedo a 50 anni:

Mia figlia: “Mamma, sono incinta!”
Io: “Una limonata e passa tutto!” 

Un esempio di Limonata. Qui è fredda, ma fingete sia calda. Su, un po' di inventiva. Altrimenti fatevi una limonata.

Chi è il tuo modello? La nonna bis.

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Fin da piccola sono sempre stata paragonata a mia zia, sorella di mio padre. “Sei lunatica come lei”, “Hai un brutto carattere come tua zia” e ancora “Più cresci più diventi uguale a lei.”. Francamente, è stato sempre un pochino pesantuccio dover sopportare certi confronti: anche perché, come si suol dire, la verità fa male. Sì, lo ammetto. Sono dannatamente lunatica, mi arrabbio per qualsiasi cosa e a farne le spese di solito è il mio moroso, costretto a sopportare scoppi d’ira funesta improvvisi e dannosi come dei tornado.  Fortunatamente per lui, la gelosia non fa parte del mio carattere, quindi la mia rabbia è dovuta di solito a cose di poco conto che vanno dalla perdita di un ombretto alla scelta di un film da vedere. Proprio come mia zia nei confronti di mio zio.

L’essere consapevole dell’aver ereditato i geni rabbiosi della linea femminile paterna, mi porta anche a cercare di contrastare l’altra tendenza tipica di questa famosa zia, a cui somiglio quasi come una goccia d’acqua (caratterialmente parlando): la depressione.  Di natura tendo, nonostante l’apparente solarità, alla malinconia: troppo spesso mi ritrovo a rimuginare su avvenimenti passati, a farmi mille paranoie sul futuro e a vedere qualche volta tutto nero. Conscia di questo mio limite, cerco di essere il più possibile razionale, e da me stessa traggo una forza che mi aiuta a superare quei momenti.  Questo è ciò che amo di me: la capacità di saper affrontare ogni ostacolo, e la consapevolezza di poter vincere qualsiasi problema.
Scrivevano di me le maestre e i professori:

“Mostra atteggiamenti da leader, nei momenti di difficoltà riesce a tenere in pugno la situazione e ad evitare che le sfugga di mano.”

E’ un’eredità della mia bisnonna materna, ne sono certa.  Donnino minuscolo (me la ricordo ancora: a 7 anni ero già più alta di lei), ma con energia e coraggio da vendere. In anticipo sui tempi, chiudeva fuori casa il mio bisnonno se quello si presentava agli appuntamenti con 5 minuti di ritardo e, una volta sposato, finita la cerimonia gli disse: “Senti, vuoi scopare con me? Allora non aspettarti che io ti dia del Voi.”. Parliamo degli anni Venti, e all’epoca una tale libertà di pensiero era molto rara in una donna. Era lei a portare i pantaloni in casa: una piccola tiranna, come la bisnipote.  Negli anni della seconda guerra mondiale, partito il marito per il fronte, dovette gestire da sola 7 figli e una fattoria. Non aveva paura di nulla, nemmeno dei nazisti che bazzicavano la Val Camonica in quegli anni. Aveva nascosto nel fienile un soldato inglese e quando si presentò un nazista a reclamare il prigioniero lei si piantò sull’uscio e con aria di sfida gli disse, brandendo una scopa: “Vuoi il ragazzo? Dovrai passare sul mio cadavere, parassita!”. Il nazista batté in ritirata.

Qualche volta mi domandano: chi è il tuo modello? In questi giorni ho trovato la risposta: la nonna bis. Voglio essere una donna forte, testarda, che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Una piccola imperatrice, insomma.

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