Finalmente mi sono decisa: ho intenzione di tenere una piccola rubrica libraria su questo blog. Non so dirvi se i post avranno una pubblicazione regolare oppure no, la mia idea sarebbe di riuscire a scriverne almeno uno al mese.
Ho deciso di lanciare una sfida a me stessa: voglio provare ad essere maggiormente costante nel blogging – scrittura e lettura – perché mi indispettisce parecchio non trovare del tempo da dedicarvici e mi rendo conto che, quando non scrivo, non ho una valvola di sfogo e sono più nervosa. Mettiamola così: mi ritrovo a pensare troppo a mio padre e alla sua pensione, e non faccio che accrescere la mia ansia senza poterla sfogare.
Oggi parliamo di una delle mie passioni di sempre, la storia, che mi accompagna da quando ero molto piccola e fa di me spesso una mosca bianca, poiché incontro davvero pochissime persone amanti dell’argomento. Divoro biografie e monografie come se fossero romanzi, e spesso le persone che non mi conoscono si chiedono se io passi tutto il mio tempo a studiare senza divertirmi praticamente mai. Ormai ho rinunciato a cercare di spiegare loro quanto mi diverta a leggere delle fughe di Sissi da Vienna, lontana dall’ambiente oppressivo della Hofburg.
Già, Sissi. O, per dirla elegantemente, Elisabetta d’Austria, resa immortale dai film di Romy Schneider, quei pipponi smielati che ogni anno la Rai ripropone a Natale.
Ho scoperto questo personaggio storico nel lontano 1998, quando per puro caso, sfogliando i giornali di mia nonna, trovai un articolo sul suo omicidio.
Sono sempre stata attratta dalla cronaca nera, fin da quando ero molto piccola, e la morte di Sissi non passò inosservata. Correva il centenario della sua dipartita – fu uccisa a Ginevra il 10 settembre 1898 dall’anarchico Luigi Lucheni – e persino i settimanali come Gente, Oggi e Chi le avevano dedicato qualche riga. Fu proprio in allegato con Gente che trovai la mia prima biografia su Sissi, che poi scoprii essere scritta da una delle più importanti studiose dell’argomento, Brigitte Hamann.
Non la lessi subito, ovviamente. Per un certo periodo finì negli anfratti della mia cameretta, finché i miei non mi regalarono la Barbie Sissi, col suo vestito dorato e i lunghi capelli marroni, che ancora conservo. Nella confezione c’era un libriccino che raccontava, in forma molto, ma molto edulcorata, la storia del fidanzamento di Sissi e Franz.
In appendice c’era una piccola timeline con le date salienti della vita di Elisabetta, e ricordo che rimasi molto colpita nell’apprendere della morte di due dei suoi figli: Sofia, a due anni, e Rodolfo, l’erede al trono, a 30 anni.
Così, vinta dalla curiosità, mi tuffai in quella biografia abbandonata che mi aprì un mondo, e mi appassionai talmente tanto al personaggio di Elisabetta d’Austria che, nel 2012, mi sono laureata con una tesi su di lei.

Avrei potuto inaugurare questa serie di post librari con quella biografia, ma ho deciso di parlarvi di un libro uscito ad ottobre – e già nelle mie grinfie – riguardante la misteriosa morte di Rodolfo, erede al trono d’Austria: Mayerling: anatomia di un omicidio, di Fabio Amodeo e Mario José Cereghino.


Il libro é edito da MGS Press, casa editrice triestina che é una fonte inesauribile di testi interessanti per noi appassionati di Asburgo e, in particolare, del periodo relativo al regno di Francesco Giuseppe (1848-1916).
Trieste, e in particolare il castello di Miramare, fu un luogo prediletto da Sissi durante le sue fughe da Vienna e il suo ricordo é ancora ben vivido nella cittadina.
Sottolineo che é possibile ordinare libri dal sito della casa editrice, molto celere e precisa nelle spedizioni.


“Mayerling, anatomia di un omicidio” è stato un volume attesissimo perché contiene le ultimissime rivelazioni sulla morte del principe ereditario.
Rodolfo fu trovato morto il 30 gennaio 1889 a Mayerling in un casino di caccia. Accanto a lui, il corpo senza vita dell’ultima amante, Mary Vetsera, neanche ventenne. Su entrambi i corpi, fori di proiettile.
Naturalmente, lì per lì si pensò di occultare il fatto: si trattava di un personaggio di grande importanza politica e ammettere un omicidio/suicidio poteva essere deleterio per la stabilità dell’impero. Inizialmente si pensò dunque di affermare che il principe era morto per un infarto, ma la menzogna durò poco, perché immediatamente iniziarono a trapelare notizie su proiettili, pistole e soprattutto su di un secondo cadavere, femminile. In più – e questo lo aggiungo io – vista l’abitudine dell’epoca di fotografare principi e regnanti sul letto di morte – sarebbe stato difficile spiegare un cranio bendato.
Ecco che quindi intervenne la ragion di stato e, ufficialmente, fu comunicato che il principe, da tempo in depressione e in uno stato di follia, aveva ucciso la sua amante e poi rivolto l’arma verso se stesso.

Ma andò davvero così?
In realtà fin dal primo momento iniziarono a girare versioni differenti sulla morte del principe ereditario, da quella del guardiacaccia geloso che avrebbe ucciso il principe ereditario colpevole di avergli circuito la moglie, da quella della vendetta del fratello di Mary Vetsera a quella, infine, dell’omicidio politico.
Gli autori del libro, con piglio giornalistico e, devo dire, molta obiettività, analizzano testimonianze, prove e documenti d’archivio – alcuni pubblicati per la prima volta nel volume – in modo da cercare di formulare almeno un’ipotesi plausibile circa la morte. La domanda portante del libro é: Se Rodolfo si fosse suicidato, a che pro far sparire tutti i documenti riguardanti sia l’omicidio che l’autopsia? Dopotutto, per garantirgli un funerale cristiano e la sepoltura nella cripta dei Cappuccini (dove da secoli venivano seppelliti i membri della casa reale asburgica) sarebbe bastato un comunicato ufficiale attestante la sua follia, poiché persino la Chiesa, all’epoca, sapeva che era una sorta di bugia di copertura e chiuse un occhio.
Ecco che si fa strada l’ipotesi dell’omicidio politico, i cui mandanti, purtroppo, sono ancora ignoti. Rodolfo d’Asburgo era infatti in completo disaccordo con il padre, Francesco Giuseppe, che propendeva per una politica di tipo immobilistico (era persino contrario alle innovazioni belliche che sarebbero potute essere utili all’esercito), mentre lui era un liberale e progressista, aperto anche a delle riforme di tipo politico. Rodolfo pubblicò, all’estero, anche diversi pamphlet in cui lanciava diverse accuse alla politica genitoriale, scritti che, probabilmente, diedero particolarmente fastidio ai membri del governo. Inoltre la polizia sapeva dei contatti del principe con ambienti piuttosto “loschi” ( tra cui, pare la massoneria), e della sua stretta amicizia con il principe Edoardo di Inghilterra, figlio della regina Vittoria. Francesco Giuseppe stimava la regina, ma guardava con sospetto la Gran Bretagna perché emblema di libertà, quella stessa libertà che lui non era disposto a concedere ai sudditi del suo impero, troppo grande e troppo multietnico e quindi difficile da governare.

Probabilmente gli storici non conosceranno mai le vere circostanze sulla morte dell’erede al trono asburgico. Resta emblematica una frase pronunciata dal padre al momento del ritrovamento del corpo: “Qualsiasi cosa é meglio della verità“.
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