La mia prima micia si chiamava Minni, Minni perchè avevo un anno ed era un nome che sapevo pronunciare abbastanza bene.
Era una gattina bianca e nera, adottata da una signora che aveva una fattoria e dava da mangiare a tutti  i mici randagi del circondario. Era un pomeriggio di sole, di fine di primavera, e i miei genitori ed io andammo a trascorrere qualche ora  da quella signora. Trovai Minni appollaiata su uno scalino, che ronfava beatamente, e la agguantai. Corsi dai miei genitori e dissi loro “Voglio. Mia. A casa!“. Papà guardò con perplessità mia madre, perchè lui non amava granché i gatti. Mamma, tuttavia, era cresciuta circondata da mici, e volle provare ad adottarla. Tornammo a casa, io nel mio passeggino, tutta felice, e mamma con in mano quel batuffolo di pelo. Non aveva nemmeno un anno, quella gattina, e già aveva visto la morte in faccia: per tre volte avevano tentato di affogarla gettandola nel fiume, e per tre volte era risalita nuotando come un pesce.
Facemmo subito amicizia, io e lei, due cucciole alla scoperta della vita. Aveva una coda lunga lunga, nera, ed era profondamente intelligente. Provenendo dalla strada, non sapeva usare la lettiera, eppure in qualche modo capì che c’era un luogo a lei predisposto per espletare i suoi bisogni. Grattava il pavimento per farsi capire, e mamma la prendeva in braccio e la depositava nella cassetta. Ad un anno non potevo capire, quindi ogni volta che trovato la gattina in giro per casa la cacciavo nella cassettina. Inutile dire che imparò nel giro di un paio di settimane ad andare in bagno da sola.
Si prestava a tutti i miei giochi, paziente. Quando ebbi un paio d’anni, ed iniziai a giocare con le bambole, mi piaceva metterle una cuffietta in testa e portarla a spasso nella carrozzina, oppure “stirarla” con il mio ferro da stiro giocattolo. Quando era stufa, si piazzava sulla mensola più alta di camera mia e mi osservava, sicura che non sarei riuscita a racciuffarla. La notte, infine, dormiva nel mio lettino, lunga distesa accanto a me, e lì rimaneva finchè papà non si alzava alle cinque per andare a lavorare, e allora usciva silenziosamente dalle coperte, senza mai svegliarmi.
Quando compii tre anni, rimase incinta: ricordo che tornai un pomeriggio di novembre a casa dall’asilo e trovai Minni attorniata da cinque batuffolini. Di loro, ne tenemmo soltanto uno: Tommy, che divenne il mio compagno di vita per 17 anni.
Dentro di lei era restata l’indole vagabonda, quindi di sera amava andare a farsi una passeggiata per il paese. Papà racconta sempre che le raccomandava, prima di uscire : “Guarda che alle nove e mezzo chiudiamo la porta a chiave, arriva in tempo, altrimenti dormi fuori.” Incredibile ma vero, puntuale come un orologio svizzero, rincasava per quell’ora.

E poi..un sera non tornò più. La trovò mio padre il mattino seguente, a 100 metri da casa mia, uccisa da un’auto.
Non ricordo se piansi o meno, avevo quattro anni ed ero troppo piccola per ricordarmelo. Chiedevo, però, insistentemente, dove fosse la mia gattina.
E mamma, forse per indorarmi un po’ la pillola, mi disse: Tizianina, guarda il cielo: la stella più luminosa è la stella Minni. Lei ti guarda dall’alto, ti protegge. Se ti senti triste, cerca la stella che brilla di più nel cielo: lei è lì che ti consola.”

Ancora adesso, quando torno a casa la sera, mi ritrovo col naso all’insù, alla ricerca della mia stella Minni. E trovare una stella che brilla più delle altre, lassù nel cielo, e dire “Ciao, stella Minni”, mi fa sentire stranamente in pace con me stessa.
Io non ho un Dio che mi guida, io ho una gattina bianca e nera che, a distanza di 19 anni dalla sua scomparsa, riesce ancora a consolarmi.

Io e la mia Minni

Io e la mia Minni

 

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