Ieri mattina, poco prima di iniziare la lezione di Bilioteconomia, ho fatto la mia prima conoscenza della specialistica. Si tratta di un nonnino del 1935, che all’inizio avevo scambiato per un professore. Si sa, in Unicatt di docenti giovincelli ce ne sono davvero pochini.

Me ne stavo seduta in un angolino, come mio solito, a sottolineare uno dei numerosi libri di archivistica, quando si è avvicinato questo distinto signore dagli occhi blu, gentili, ed il sorriso sulle labbra. Il mio primo pensiero è stato: “Se questo è il docente titolare di cattedra di Biblioteconomia sento già che adorerò queste lezioni!”.
“Scusi – mi ha domandato – ma anche lei sta aspettando di entrare nell’aula di Biblioteconomia?”, e allora lì ho compreso che non si trattava di un insegnante, ma di uno studente come me. E così ci siamo messi a chiacchierare del più e del meno, sui nostri studi, sulla nostra vita, sui corsi abbordabili da frequentare in università. Presumo che la Cattolica (come le altre università, mi sa), crei dei piani studio agevolati per gli anziani, magari suggerendo loro di scegliere a loro piacimento le materie che più gli interessano. Non ne sono, però, sicura: la mia è semplice supposizione.

Mi era già capitato di incontrare persone anziane tra gli studenti del’università, ma questo signore si distingue nettamente dai suoi attempati predecessori, che solitamente erano lì perchè non avevano nulla da fare a casa e, avendo disponibilità economica, avevano deciso di prendersi una seconda/terza laurea. Una volta, all’esame di Storia della Lingua Italiana, incontrai un cardiologo in pensione che, dopo aver conseguito un’ulteriore laurea in Economia, si apprestava a conseguirne una in Lettere. Avete una vaga idea di quanto io mi senti piccola di fronte a loro?

Dicevo. Il signore – purtroppo, nonostante la lunga chiacchierata, non ci siamo presentati – ha una storia completamente diversa. Dopo un’infanzia da contadino, e dopo aver fatto per dieci anni il venditore di caffè – a quel che dice, il mio paese era una delle sue tappe commerciali – ha passato i successivi cinquant’anni pascolando le pecore nelle valli bresciane. Niente di strano, direte voi, dopotutto la pastorizia era molto praticata ai tempi.
Mi ha raccontato che, siccome nel frattempo aveva formato una famiglia e doveva mantenerla, mentre portava le bestie al pascolo si dedicava allo studio e alla lettura, in particolare allo studio del francese, di Ariosto e della storia. Una volta andato in pensione, si è iscritto ai corsi serali del liceo linguistico che ho frequentato io, diplomandosi due anni fa con il massimo dei voti e comparendo persino sul giornale, come studente più anziano del liceo e perchè, soprattutto, in sede d’esame ha tradoto seduta stante il libro Chocolat dall’italiano al francese senza esitazione, e ha portato una ventina di poesie scritte da lui tradotte sia in francese che in dialetto bresciano. E, nell’attesa, me ne ha declamate un paio riguardanti l’autunno.
Ed ora eccolo qui, al secondo anno della Triennale. Un po’ impacciato, a dir la verità: dopotutto, ci incasiniamo persino noi con il sito dell’Unicatt, figuriamoci una persona anziana. I figli – tutti e tre laureati, ha tenuto a precisare con un certo moto d’orgoglio – lo aiutano quando possono, quindi mi sono resa disponibile ad aiutarlo in caso di difficoltà ed, eventualmente, a fornirgli delle spiegazioni. Posso comprendere che il linguaggio utilizzato in università non è comprensibile da tutti, o che abituarsi alle lezioni universitarie sia più difficoltoso per una persona anziana, in quanto piuttosto diverse da quelle delle superiori, dove c’è maggiore contatto tra studente e docente.

Perchè vi ho raccontato questa storia?
Anzitutto quel signore ha suscitato in me infinita tenerezza: vederlo studiare, prendere appunti, e raccontare della sua vita mi ha quasi commosso. Mi ha dimostrato il vero potere e valore della cultura, e ho capito quanto siamo stupidi noi giovani a lamentarci della scuola, a non capire quanto siamo fortunati a studiare e che sì, se anche può essere estremamente irritante alzarsi tutti i giorni alle sette, uscire al freddo e starsene seduti in un’aula grigia per le cinque ore successive, la cultura serve in primo luogo a noi stessi, per crescere e migliorarci.