Ho appena terminato “La donna perfetta. Storia di Barbie”, di Nicoletta Bazzano. E’ domenica 12 agosto e sono in pieno ciclo. Tutti stanno sguazzando nel mare e io li osservo con una certa invidia. Non funziona nemmeno internet, perché quegli idioti che gestiscono questo campeggio hanno deciso, come ogni anno, di cambiare modalità di connessione al server principale inserendo un nuovo sistema di password che va in crash ogni tre per due. I suddetti tizi da quattro giorni smanettano sulla connessione, e da quattro giorni si riesce a rimanere connessi per non più di cinque minuti. Indi per cui, presumo che questo post comparirà sul mio blog quando sarò ormai rientrata. Pff, che nervi. Non mi rimane altro che portarmi avanti con i post, a mano a mano che termino un libro che ha catturato la mia attenzione e a mano a mano che mi viene l’ispirazione per i post sui castelli di Ludwig.

 

La donna perfetta” è un piccolo saggio che mi è stato consigliato dalla mia relatrice mentre stavo scrivendo la tesi e decisi di inserire, nel capitolo riguardante il mito di Sissi, anche la sua versione Barbie. Non so se la ricordate. Ne esistevano due versioni: la prima, diretta ad un pubblico più infantile, aveva i lunghi capelli castani sciolti sulle spalle, trattenuti da una coroncina di stoffa dorata, e un abito di broccato oro e bianco. La seconda, meno celebre, ma che ricordo fosse presente nei giornalini che uscivano mensilmente in edicola, replicava la celebre acconciatura di Elisabetta d’Austria – la folta chioma raccolta in diverse trecce, impreziosita da stelle di diamanti, richiamate anche dalle stelle dorate cucite sull’abito bianco.

 

Il libro analizza l’impatto che la bambola Barbie ebbe sul mercato e sulla società degli anni Cinquanta, quando comparve per la prima volta sul mercato americano, e sui decenni successivi, fino ad arrivare ai giorni nostri. E’ un presente un po’ problematico per Barbie, poiché sta venendo surclassata da altre bambole, come le Bratz e le Winx, che non pretendono di replicare – come lei – il mondo degli adulti, ma sono delle semplici adolescenti. Ciò che sta causando il declino di Barbie è, secondo l’autrice, il suo apparire perfetta, non solo in ogni situazione a causa di un pressoché illimitato guardaroba, ma anche fisicamente e caratterialmente parlando. Se Barbie sa essere perfetta in ogni occasione, le Bratz e le Winx sono semplicemente ragazzine con i loro pregi e i loro difetti. Psicologicamente parlando, trovo sia un dato davvero interessante, un punto di vista che non avevo mai preso in considerazione. La perfezione, evidentemente, a lungo andare stanca, e le bambine preferiscono immedesimarsi con qualcuno di più simile a loro.

 

Resta però un dato di fatto: la geniale idea di Ruth Handler di creare un giocattolo mediante il quale le bambine potessero avere accesso al mondo proibito degli adulti. Barbie, tuttavia, ha un suo precedente, meno famoso di lei: Lilli, una bambola tedesca di simili fattezze, protagonista di una serie di storielle su un quotidiano tedesco. Ciò che differenzia Lilli, è il suo pubblico: non è un giocattolo, è piuttosto un simpatico gadget per signori. Ruth Handler decise invece di destinare la bambola alle bambine, dotandola fin da subito di un sontuoso guardaroba e di milioni di accessori.

Il libro si sofferma sullo scandalo destato da Barbie, fin dalla sua comparsa il 9 marzo 1959: dopo secoli di bambolotti, culle e pannolini, ecco arrivare tra le mani delle bambine una bambola dalle forme procaci, molto più simile ad una pin up o ad un’attrice, piuttosto che alla ragazza della porta accanto.

Tuttavia, Barbie ha immediatamente un enorme successo, grazie al suo ruolo educativo, nel senso stretto del termine. Gli anni Cinquanta sono quelli del galateo, che insegna cosa debba fare ogni signorina che si rispetti. Ecco che allora la Mattel – la sua famosa casa di produzione – fa in modo che Barbie educhi attraverso il gioco le bambine a sapersi comportare perfettamente in società, indicando loro qual’è l’abito più opportuno da indossare o anche solo come servire un thè, servendosi di libriccini presenti in ogni confezione di abiti ed accessori. Non è un caso che Barbie non abbia mai assecondato i movimenti femministi ma anzi vi si sia adeguata solo a cambiamento avvenuto, alla fine degli anni Settanta. E’ a partire da quegli anni che Barbie inizia ad intraprendere lavori prima considerati assolutamente inadatti ad una signora, a vestire in modo più audace e variopinto. Dalla fine degli anni Settanta in poi, la Mattel si premurò di adattare il guardaroba di Barbie alla moda vigente, anche se non più tanto bon-ton e di adattare la sua vita fittizia ai cambiamenti sociali: in quegli anni vennero infatti introdotte le prime Barbie nere.

 

Mi è piaciuto molto questo libro, da buona amante del mondo rosa e plasticato di Barbie. Mi è servito a razionalizzare una figura che per me è un mito.

Non ho mai amato giocare con i bambolotti, da piccola. Già allora giocare alla mamma non mi si addiceva, preferivo di gran lunga la bionda di venti centimetri. Quando ho smesso di giocarci, attorno agli 11 anni, avevo raccolto una ragguardevole collezione: 84 barbie, innumerevoli abiti ed accessori, mobiletti e mezzi di locomozione vari. Una frase mi ha particolarmente colpito, in questo libro: “ I bambini non parlano mai di una Barbie in particolare. Quando ne parlano, fanno sempre riferimento a scatole piene di Barbie.” In effetti è vero. Che io ricordi, non c’era una bambola che prediligevo più di tutte. Certo, c’erano le sorelline di Barbie – Skipper, Stacey e Shelly – che usavo sempre, anche perché delle prime due avevo una sola versione. Ricordo che usavo un po’ tutte le Barbie, a rotazione, a seconda dell’estro di quel giorno. Avevo una Barbie d’epoca, quello sì, ereditata dalla zia, risalente agli anni Settanta che custodisco ancora gelosamente. Ha un vestito di tulle color pesca, e indossa una pelliccia di vero pelo di coniglio. Immagino i casini che farebbero oggigiorno gli animalisti, se la Mattel decidesse di produrre una serie di abiti in vero pelo di animale. In ogni caso, quella Barbie d’epoca recitava la parte della mamma di Barbie e le sue sorelle, che compariva ogni tanto, perché stava sempre in viaggio. Ricordo che non mi piacevano per nulla le case di Barbie preconfezionate, non soddisfacevano la mia vena creativa. Preferivo di gran lunga farmi regalare i mobili – camerette, bagni, cucine – con i quali comporre da me la mia mega villa, che occupava tutti e quattro i ripiani della mia libreria e parte del pavimento. Ricordo che tutte le sere dovevo smontare tutto per rimettere a posto i libri, e a volte non avevo voglia di sistemare il tutto e ammonticchiavo cataste di roba dietro alla libreria, coprendole con i miei tre cassoni colorati: uno di Barbie, uno di vestiti, e uno di accessori.

Tra i mezzi di locomozione c’era pure un camper, che si apriva a libro, tutto rosa, con la cucina che faceva il rumore dell’acqua che bolle. Ogni tanto le mie barbie facevano una vacanza in camper, ma solitamente quel veicolo lo riservavo al mio migliore amichetto delle elementari, che obbligavo a giocare a Barbie: lui ovviamente faceva Ken, e viveva nel camper, io Barbie e vivevo nella megavilla. Già allora ero una primadonna.  

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