Sto scrivendo con le dita intirizzite dal freddo:  fuori cade qualche sporadico fiocco di neve, e la temperatura oscilla attorno ai – 5.
E’ arrivata la neve, con il suo carico di poesia ed imprecazioni.  I bambini felici e gocciolanti di muco misto ad acqua si rotolano nella neve, il restante della popolazione impreca contro il freddo e le strade scivolose.  Noi studenti universitari ci lamentiamo di slittamenti d’esame (quando non vengono sospesi del tutto)e dei mezzi di trasporto che impiegano due ore a giungere a destinazione quando, in condizioni metereologiche favorevoli ci mettono massimo mezz’ora. I lavoratori rappresentano la categoria più sfigata, in questi casi: costretti ad uscire col gelo e con il ghiaccio perchè, con la crisi che c’è, c’è poco da stare a casa al calduccio e da far gli schizzinosi per la neve.  Meritano una categoria a parte gli anziani: sono coloro che non avrebbero alcun impegno improrogabile che li costringa ad uscire ma, chissà come mai, sembra che quando nevica aumenti il numero delle loro uscite. Poi scivolano e si frantumano le ossa. E si lamentano:  “che mal di gambe/che freddo/ la neve ha rotto/ si scivola…”. Qualche anno fa mia nonna paterna, nonostante le raccomandazioni fatte dall’intero parentado, volle a tutti i costi uscire e scivolò su una lastra di ghiaccio spaccandosi il polso. Ma non una frattura normale, no no.  Le si girò la mano di 180 gradi: in parole spicciole, dove doveva esserci il palmo c’era il dorso della mano e viceversa.  Era il 13 dicembre, me lo ricordo bene. Avevo 7/8 anni, stavo giocando con i miei nuovi giocattoli regalatimi da Santa Lucia quando, improvvisamente, irruppe mia nonna in casa urlando come una disperata e brandendo la mano fratturata. Me la mise sotto al naso e mi disse:  “Non è normale, vero?”. Ancora adesso me la sogno di notte, quella mano.  Comunque, per farla breve, l’antifona non l’ha ancora capita, visto che girovaga allegramente tutto il santo giorno. Ha una vita sociale invidiabile, la mia nonnina. Ad 85 anni ritorna a casa solo ad ore pasti e per dormire, il resto della giornata lo passa a giocare a tombola e a ficcanasare in giro. Io, a 23 anni, vivo reclusa in casa a preparare la tesi, troppo rincitrullita dal freddo per uscire.  La mia nonnina adorata, però, ancora non si capacita del perchè io stia ancora studiando. L’altro giorno, chiedendomi per l’ennesima volta come mai io a 23 anni vada ancora a scuola, e avendo ricevuto come risposta “nonna, te l’ho detto mille volte che vado all’università e non alle superiori”, mi sono sentita rispondere:

” ” Ciapem mia per el cul!!!!Lo so io cosa fate voi giovani!!! SERA LE GAMBE E CIAPA EN MA’ I LIBER!!!”
Traduzione: “Non mi prendere per il culo! Lo so io cosa fate voi giovani! Chiudi le gambe e prendi in mano i libri!”

Evviva la poesia.

La piazza retrostante casa mia