Fin da piccola sono sempre stata paragonata a mia zia, sorella di mio padre. “Sei lunatica come lei”, “Hai un brutto carattere come tua zia” e ancora “Più cresci più diventi uguale a lei.”. Francamente, è stato sempre un pochino pesantuccio dover sopportare certi confronti: anche perché, come si suol dire, la verità fa male. Sì, lo ammetto. Sono dannatamente lunatica, mi arrabbio per qualsiasi cosa e a farne le spese di solito è il mio moroso, costretto a sopportare scoppi d’ira funesta improvvisi e dannosi come dei tornado.  Fortunatamente per lui, la gelosia non fa parte del mio carattere, quindi la mia rabbia è dovuta di solito a cose di poco conto che vanno dalla perdita di un ombretto alla scelta di un film da vedere. Proprio come mia zia nei confronti di mio zio.

L’essere consapevole dell’aver ereditato i geni rabbiosi della linea femminile paterna, mi porta anche a cercare di contrastare l’altra tendenza tipica di questa famosa zia, a cui somiglio quasi come una goccia d’acqua (caratterialmente parlando): la depressione.  Di natura tendo, nonostante l’apparente solarità, alla malinconia: troppo spesso mi ritrovo a rimuginare su avvenimenti passati, a farmi mille paranoie sul futuro e a vedere qualche volta tutto nero. Conscia di questo mio limite, cerco di essere il più possibile razionale, e da me stessa traggo una forza che mi aiuta a superare quei momenti.  Questo è ciò che amo di me: la capacità di saper affrontare ogni ostacolo, e la consapevolezza di poter vincere qualsiasi problema.
Scrivevano di me le maestre e i professori:

“Mostra atteggiamenti da leader, nei momenti di difficoltà riesce a tenere in pugno la situazione e ad evitare che le sfugga di mano.”

E’ un’eredità della mia bisnonna materna, ne sono certa.  Donnino minuscolo (me la ricordo ancora: a 7 anni ero già più alta di lei), ma con energia e coraggio da vendere. In anticipo sui tempi, chiudeva fuori casa il mio bisnonno se quello si presentava agli appuntamenti con 5 minuti di ritardo e, una volta sposato, finita la cerimonia gli disse: “Senti, vuoi scopare con me? Allora non aspettarti che io ti dia del Voi.”. Parliamo degli anni Venti, e all’epoca una tale libertà di pensiero era molto rara in una donna. Era lei a portare i pantaloni in casa: una piccola tiranna, come la bisnipote.  Negli anni della seconda guerra mondiale, partito il marito per il fronte, dovette gestire da sola 7 figli e una fattoria. Non aveva paura di nulla, nemmeno dei nazisti che bazzicavano la Val Camonica in quegli anni. Aveva nascosto nel fienile un soldato inglese e quando si presentò un nazista a reclamare il prigioniero lei si piantò sull’uscio e con aria di sfida gli disse, brandendo una scopa: “Vuoi il ragazzo? Dovrai passare sul mio cadavere, parassita!”. Il nazista batté in ritirata.

Qualche volta mi domandano: chi è il tuo modello? In questi giorni ho trovato la risposta: la nonna bis. Voglio essere una donna forte, testarda, che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Una piccola imperatrice, insomma.

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